La Costa del Golfo e i suoi abitanti in Gesù dell’uragano di James Lee Burke

di Stefano Ficagna


Classe 1936, autore di decine di romanzi (la saga con protagonista il detective Dave Robicheaux è arrivata al ventunesimo capitolo e conta anche due riduzioni cinematografiche, con Alec Baldwin e Tommy Lee Jones nei panni del personaggio) e di numerosi racconti, James Lee Burke è orgogliosamente un uomo del suo tempo e dei suoi luoghi. Lo dimostra pienamente in Gesù dell’uragano, raccolta edita da Jimenez Edizioni (che ha pubblicato nel 2023 due dei capitoli più recenti della già citata saga di Robicheaux) che attraverso il filo conduttore delle tempeste che flagellano la Costa del Golfo mira a riunire alcune short stories apparse su varie riviste fra la fine degli anni 90 e il 2007, coprendo narrativamente un periodo storico ben più ampio.

La playlist

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Un uomo del suo tempo si è detto, e anche la musica che accompagna le sue parole viene dal passato. Fra musicisti che perdono la loro grande occasione quando Johnny Ace muore nel 1954 e radio che suonano a tutto volume There are such things della Tommy Dorsey Orchestra nel 1943, la playlist che emerge dalle pagine di Burke è un concentrato di blues, jazz e country d’altri tempi. Hank Thompson e Hank Williams si danno il cambio, intervallati dal piano di Albert Hammons che si esibisce in Swanee River boogie, la voce di Red Foley emerge dalla radio in un Louisiana del Sud accecata dalla corsa all’oro nero subito dopo la seconda guerra mondiale mentre Sing, sing, sing di Benny Goodman si affaccia nella mente allo stremo di un superstite dell’uragano Katrina, mentre attende su un tetto che qualcuno venga a salvare lui e il suo amico. In uno scenario simile God bless America cantata da Kate Smith appare un omaggio sarcastico, ma anche nel peggiore degli scenari i personaggi di Burke mantengono una dignità che si manifesta anche nel patriottismo, fosse anche solo quello di due ragazzini che riconquistano la loro bandiera degli states rubata dal bullo della porta accanto.

Non è un paese per deboli

Parafrasare il titolo del libro di Cormac McCarthy, con licenza, è probabilmente sbagliato da un punto di vista stilistico ma quanto mai azzeccato per ambientazioni e personaggi che popolano i racconti di Burke. La prosa asciutta e diretta dello scrittore texano ben si sposa con personaggi che non sprecano mai le proprie parole, troppo impegnati a tirare avanti in un mondo che non gli regala niente e che anche una volta giunti alla pensione, come nel caso dell’ex professore protagonista di Luce d’inverno (il racconto che apre la raccolta), sono costretti dal loro senso del dovere a farsi carico di nuove incombenze. Temi e dinamiche che ritornano spesso nelle undici storie che compongono la raccolta, in maniera più o meno evidente (La stagione del rimpianto segue lo stesso modello del racconto iniziale, mentre Sorella Roberta che appare in Texas City, 1947 ha parecchio in comune con Sorella Felicie di Perché Bugsy Siegel è mio amico, dal carattere al loro farsi parecchi chilometri a piedi per fare lezione ai ragazzini protagonisti, malati di febbre reumatica), sempre a dipingere contesti in cui a farla da padrone sono spesso ristrettezze economiche e caratteri ombrosi.

Albert ha imparato che certe ferite vanno in profondità nell’anima, come un livido di pietra, e il tempo non le cancella. Sa che la creatura scimmiesca che viveva nella guardia e nel boia ha messo radici tanti anni fa nel suo stesso seno. Sa che, sotto determinate circostanze, Albert Hollister è capace di compiere azioni che nessuno assocerebbe mai al professore che insegnava scrittura creativa all’università e la cui presenza alle riunioni di facoltà era talmente innocua da non essere nemmeno ricordata.

da “La stagione del rimpianto”

Coloro che deboli lo sono nei racconti di Burke devono imparare presto a farsi rispettare, perché nemmeno l’innocenza dell’infanzia è un lusso che ci si può concedere troppo a lungo. Molte delle storie inserite in Gesù dell’uragano hanno per protagonisti bambini e ragazzini (Il molestatore, Il rogo della bandiera e Perché Bugsy Siegel è mio amico formano addirittura un trittico che, sebbene non in maniera collegata, vedono come personaggi la stessa coppia di amici), poche invece le donne presenti e raramente motore dell’azione: la Kitty Lamar che ammalia il pubblico dietro al microfono in La notte in cui Johnny Ace morì sa benissimo destreggiarsi in un mondo di uomini, molto meno Lisa Guillory che in Foschia seppellisce fra dipendenze e pessime frequentazioni un trauma con cui è arduo venire a patti. Che si svolgano negli anni ’40 o nei primi anni del nuovo millennio le storie di Burke hanno sempre un sapore vagamente western senza mai esserlo, ambientate in luoghi che raramente sono quelli dove vorremmo abitare ma più quelli dove naufraghi quando niente è andato come avrebbe dovuto e hai finito per perdere qualcuno o qualcosa, quando non te stess*.
«Ho fatto una cosa che non potrò mai riparare» disse. «Un gruppo di giapponesi era in una grotta, saranno stati settanta, ottanta. Ho fatto esplodere la montagna sopra di loro. Di notte si sentiva una specie di ronzio attraverso i coralli, come migliaia di api che cantavano. Erano loro che gemevano là sotto».
Si grattò una puntura di zanzara sul viso e scrutò l’isolotto di salici e le foglie che cominciavano a spargersi nel vento.
«A volte le persone devono fare delle brutte cose in guerra» dissi.

«Mi ero quasi convinto che non fossero umani. Poi ho visto quella gente cadere dalle scogliere a Saipan. Le donne lanciavano per primi i bambini, poi saltavano anche loro, proprio dalla sommità delle rocce, per quanto erano spaventati da noi».
Tirai su l’ancora e ci lasciammo trasportare dalla corrente. Il bagliore del sole mandava una luce rosso scuro sull’acqua.
«Questo che c’entra con le statuine?» dissi.
«Io porto le statuine a quella gente che è saltata nel mare. La stessa acqua si avvolge tutto intorno alla terra, non è così? Con la terra non è così. Potresti guidare questa barca da qui a Saipan, se volessi».
«Io dico che non dovresti soffrire per questo. Io dico lascia che ci pensi la chiesa, Skeeter».
Ma non servì a consolarlo.

da “Gente d’acqua”

Burke si addentra solo il giusto nella psiche di uomini e donne che popolano i suoi racconti, perché le loro ragioni sono molto spesso spiegate dalle loro azioni. Gesù dell’uragano è una raccolta piena di persone che si riescono a salvare perché imparano a farlo da sole, raramente aiutate da una mano tesa che sarà comunque lì solo per un breve tratto del cammino, ed è velata in qualche tratto dall’amara ironia che porta a sorridere a denti stretti, come quando ti servirebbe proprio un miracolo ma il Gesù che ti viene a salvare è di legno, legato alla sua croce, e galleggia nella devastazione della New Orleans colpita dall’uragano.


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