Una storia di immigrazione: “E in mezzo: io” di Julya Rabinowich

di Cristina Nori


Si possono scegliere due modalità alternative per leggere questo libro.
Lo si può affrontare come la storia di una ragazza che vive in un altro posto, viene da un altro paese e racconta una vicenda altra rispetto a noi. Oppure si può scegliere di saltarci dentro e cercare di essere Madina per un giorno, entrare nella casa comune in cui dorme e mettere i vestiti usati che indossa.
Se sceglierete la seconda via, questo libro vi lascerà qualcosa.

Julya Rabinowich è nata nel 1970 a San Pietroburgo ed è emigrata a Vienna all’età di sette anni insieme alla famiglia, di origine ebraica. Ha sperimentato sulla propria pelle l’abbandono del paese natale e di tutte le certezze per fare un salto nel vuoto verso un luogo sconosciuto, dove nessuno l’aspettava e le persone, improvvisamente, erano tutte estranee che parlavano una lingua sconosciuta.

Di cosa parla “E in mezzo: io”

È una storia che non fa rumore, se presa in mezzo alle migliaia di storie di richiedenti asilo per mille motivi, ma che si trasforma in un urlo contro l’ingiustizia e l’iniquità se ci si sofferma ad ascoltare la voce della protagonista nella sua individualità.

E in mezzo: io ha un titolo curioso, volutamente bizzarro con un segno di punteggiatura prima del pronome personale, messo per sottolineare l’individualità della voce narrante dietro cui c’è una persona, la cui storia è degna di ascolto e considerazione al di là di tutte le altre da cui è circondata.

Questo romanzo è analitico e intelligente; non un appello emotivo e generalizzato all’accoglienza senza indagini, ma un invito a recuperare la dimensione umana e la dignità di ogni rifugiato che bussa alla porta di un paese ospitante.

Sudavamo per la paura. A un certo momento arrivò un interprete. Ci guardò con disprezzo e tanto disgusto. Anche dopo ho notato molto spesso quello sguardo. Sembra come acqua di risciacquatura in faccia.

I personaggi

C’è chi tratta così i rifugiati senza nemmeno un perché, senza conoscerli, non sapremo mai se per xenofobia, ignoranza o paura.
Indagare è sterile, sembra suggerirci l’autrice, che al muro contro muro contrappone la strategia della comunicazione, incarnata nel libro dalla figura della signora Wischmann, la mediatrice scolastica. Anche qui, non aspettatevi una tenera, emotiva donna cuore – amore: Julya Rabinowich costruisce un personaggio che mixa perfettamente intelligenza, fermezza ed empatia e finisce per essere risolutivo per le sorti di Madina.
Alle radici del lavoro della signora Wischmann però c’è sempre la comprensione, l’unica leva che può mettere in contatto la cultura della famiglia di Madina e quella della moderna Austria.
Ci sono tensioni, scontri, tentativi di ritorno al passato, ma non si scade mai nel racconto trito del padre – padrone immigrato che tiene la famiglia al guinzaglio corto.

Il padre di Madina è un’altra figura magistrale di questo racconto.
Quest’uomo non è un ideologo della rivoluzione o un terrorista e nemmeno un povero Cristo in cerca di fortuna nella ricca e invitante Europa: è – era – un borghese con una professione normale, che viene travolto dalla guerra senza aver fatto nulla per finirci dentro.

Quando qualcuno deponeva dei feriti davanti alla porta di casa nostra. Quando ci prendevamo cura delle loro ferite. Loro stavano distesi nella nostra cantina, talvolta fino a cinque persone contemporaneamente, io e la mamma cucinavamo per loro, e papà medicava le loro ferite. (…) Meno male che in passato era stato infermiere. (…) Dopo qualcuno ha scritto traditore del popolo sulla nostra casa. Ma se non li avessimo aiutati, ha detto papà, ci avrebbero ammazzati gli altri.

Il padre è forse la figura più sofferente di tutto il romanzo, un uomo schiacciato dai sensi di colpa per i familiari lasciati alle spalle e dall’obbligo morale di proteggere tutti, chi è rimasto e chi lo ha seguito in questo paese che non capisce e con cui non riesce a comunicare, se non attraverso Madina. Sua figlia, la femmina, l’unica ad aver avuto la possibilità di imparare il tedesco, mentre i genitori sembrano condannati all’incomunicabilità.

Lo stile narrativo

L’autrice sceglie la narrazione in prima persona per conferire profondità e realismo al racconto dell’adolescente Madina, fuggita insieme alla famiglia da un paese in guerra e approdata nel limbo austriaco di coloro che non sono stati respinti, ma aspettano la conferma definitiva del permesso di soggiorno.

Lo stile dell’autrice è fresco e immediato – nonostante la narrazione sia un po’ appesantita dagli inserti onirici che non danno maggior valore al racconto –  e viene reso bene dalla vivace traduzione di Beate Baumannn.

E in mezzo: io è pubblicato in Italia da Besa Muci Editrice.

La colonna sonora

Ascolta la playlist su Spotify: E in mezzo: io – Julya Rabinowich

Il libro non cita esplicitamente nessuna canzone, ma quali musiche può aver ascoltato Madina al suo arrivo in Europa.
Forse la colonna sonora de La Storia Infinita, il primo film visto con l’amica Laura, o la musica pop tedesca? Potrebbero essere i Tokio Hotel o le Tic Tac Toe, molto popolari fra i ragazzini, oppure qualche canzone bella che non è mai invecchiata, come i successi di Nena e Sandra.

La tracklist

  1. Never ending story – Limahl
  2. Ivory tower – Giorgio Moroder
  3. Happy flight – Klaus Doldinger
  4. Maria Magdalena – Sandra
  5. Everlasting love – Sandra
  6. Hiroshima – Sandra
  7. Monsoon – Tokio Hotel
  8. Love who loves you back – Tokio Hotel
  9. Ready, set go – Tokio Hotel
  10. 99 luftballons – Nena
  11. Verpiss dich – Tic Tac Toe
  12. Warum? – Tic Tac Toe

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Massimo Anania