Tra romanzo e memoir: “La straniera” di Claudia Durastanti

di Patrizia Bigi


Quando tutto cade, indomito l’amore resta.
Si può rimanere affascinati da questo strano romanzo, più memoir che autobiografia, ma anche un po’ saggio, e dalla scrittura di Claudia Durastanti, tanto da sentire l’impulso di scriverne la recensione. Questo è quello che è accaduto a me. Complice il fatto che la musica pervade tutto il libro (però stilare la playlist non è stato per niente facile), che l’autrice scrive spesso di musica e non poteva mancare in questo blog. Potrebbe anche essere che il fattore determinante sia stata la citazione del telefilm Un medico tra gli orsi. Per anni mi sono sentita una “straniera” quando ne parlavo e nessuno lo aveva visto (fatta eccezione per un tale che incontrai a un concerto), tanto che a trovarlo tra le pagine del libro ho provato un’inattesa affinità con l’autrice. Ma questa è un’altra storia.

La straniera è composto da sei capitoli che ricalcano le voci degli oroscopi (Famiglia / Viaggi / Salute / Lavoro & Denaro / Amore / Di che segno sei) e dispiegano una mappa non tanto astrale quanto personale, fisica e geopolitica. Potrebbe trattarsi addirittura di una sorta di antropologia familiare.

La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato. Scrivere di te stessa significa ricordare che sei nata con rabbia e sei stata una colata lavica densa e continua, prima che la tua crosta si indurisse e si spaccasse per lasciar affiorare una specie di amore, o che la forza inutile del perdono venisse a levigarti e ad appiattire ogni tuo avvallamento.

L’autrice ripercorre la sua vita in modo non lineare sia nel tempo che nello spazio. Sarebbe interessante fare una mappa degli spostamenti della protagonista: nata a Brooklyn, a sei anni si trasferisce con la madre e il fratello in un paesino della Basilicata, terra d’origine della famiglia, e dopo gli studi si divide tra Roma, Londra e New York.

Al centro del romanzo c’è prima di tutto la disabilità uditiva ma anche il ripercorrere la propria storia familiare. Il padre e la madre, entrambi affetti da sordità, hanno sempre vissuto senza voler “accettare di essere sordi e arrendersi a questo limite”. E proprio la familiarità con il limite, il confine, la soglia, possono provocare una sensazione che può pervadere l’esistenza fino a convincerci che “l’amore stesso viene con quel principio di estraneità”. La straniera è la madre tornata in Basilicata dopo aver vissuto a New York e questa condizione le permetterà di condurre una vita ostinata e contraria a quella di un piccolo paese della provincia meridionale. Non aveva necessità di lavorare, faceva la pittrice, amava la musica ed era indipendente. Quante madri possono rivendicare le scelte fatte in totale libertà? Molto poche possono rispondere alla figlia che le chiede come sarebbe stata la sua vita se non fosse stata sorda con un “Penso che sarei stata insignificante”.

Questo romanzo è un oggetto letterario talmente originale (come lo ha definito Teresa Ciabatti) che è difficile da riassumere. Tanti gli argomenti che tocca con autenticità: la disabilità, la migrazione nella sue evoluzioni, la vita contemporanea nelle provincie meridionali, la povertà come malattia, le relazioni familiari e amicali, una potente riflessione sulla lingua e i linguaggi (non solo il dialetto, la lingua dei segni, la ‘lingua rotta’ dei genitori, l’italiano, l’inglese ma anche la musica, la danza che “tanto ogni lingua è una performance”) che ci lascia immaginare il festival di Sanremo con una Deaf Zone come nei concerti degli USA in cui le canzoni vengono tradotte e interpretate da dei traduttori nella lingua dei segni.

La colonna sonora

All’epoca andavo in giro con un lettore cd blu elettrico che pesava due chili a forma di frisbee. Mentre il cantante parlava di pioggia, malinconia e divani su cui baciava ragazze che immaginavo non mi somigliassero, io guardavo fuori dal finestrino e vedevo l’isola schizzare fuori dal tunnel per riapparire in forma di ponti e di cavi – ero un’adolescente invaghita di un ammasso di cemento, vetri e acqua. Era un periodo in cui credevo che un disco mi avrebbe reso una persona diversa.

La musica è tanto presente nel libro, dà spessore e carattere ai personaggi: il nonno con cui travasa il vino nello scantinato di Brooklyn ascoltando Mario Merola e Nino D’Angelo, i cofanetti di Bob Dylan e Patti Smith gelosamente custoditi dalla madre che rappresentano l’humus nel quale è cresciuta, il punk newyorkese che le “arriva come una deflagrazione”, poi The Smiths e il trasferimento a Londra.

La colonna sonora non può che spaziare e attraversare generi anche molto diversi, spero l’autrice non me ne voglia per la scelta dei brani e per aver inserito anche colonne sonore di alcuni telefilm.
Si potrebbe stilare addirittura una filmografia e una bibliografia altrettanto interessanti, insomma si tratta una piccola miniera.

Editore: La nave di Teseo

Ascolta la colonna sonora su Spotify: La straniera – Claudia Durastanti

La tracklist

  1. Dancing Barefoot – Patti Smith
  2. Mr Tambourine Man – Bob Dylan
  3. Il Paradiso – Patty Pravo
  4. Zappatore – Mario Merola
  5. Nightswimming – R.E.M.
  6. Like a rolling stone – The Rolling Stones
  7. Missing – Everything But The Girl
  8. California Uber Alles – Dead Kennedys
  9. International Rescue – Swell Maps
  10. Fade into you – Mazzy Star
  11. Half a person – The Smiths
  12. Aria – Daniele Silvestri
  13. Twin Peaks Theme – Angelo Badalamenti
  14. Dance Me to the End of Love – Leonard Cohen
  15. Theme from Northern Exposure – David Schwartz

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Massimo Anania