The free – Willy Vlautin

di Cecilia Gariup


“The free” è un libro potente e impetuoso. Eppure è difficile definire a parole da dove arrivi tutto ciò, perché sia la trama che lo stile narrativo appaiono semplici ed asciutti.
Ma il libro arriva, e travolge.
Arriva probabilmente perchè Vlautin parla un linguaggio universale, quello del dolore, della fatica, del sacrificio e delle piccole, immense gioie che solo gli affetti veri sanno regalare. E mostra, senza retorica e senza fronzoli, il grande potere della resilienza, una dote che appartiene maggiormente a chi, con la sofferenza, ha molto da spartire.

Ho letto questo romanzo ad aprile, in pieno lockdown. È stato insieme uno schiaffo e una carezza. Lo ammetto candidamente: mi ha emozionato alle lacrime. È una storia che tocca, graffia, fa male e ripara. Assurge a straordinaria la fatica quotidiana delle esistenze ordinarie, di chi costantemente si trova a fare i conti con l’infelicità della routine, del dolore, della bruttura e della deprivazione. Riuscendo però a scorgere sempre una luce.

Aveva sempre avuto problemi a non portarsi il lavoro a casa. C’erano state delle volte, quando aveva iniziato a fare l’infermiera, in cui si sentiva sopraffatta dai suoi pazienti. Si sentiva sommersa e intrecciata alle loro vite. Aveva impiegato anni per costruirsi un muro di protezione, e a volte aveva ancora lo stesso problema. Adesso si concedeva solo qualche attimo di cedimento, poi trovava il modo di ricomporsi alla svelta. Ma quella ragazza le ricordava troppo se stessa e il modo in cui si sentiva alla sua età. Sola e inascoltata e indesiderata e insignificante.

Editore: Jimenez

The free: tre ordinarie esistenze

Le storie raccontate da Vlautin sono tre, distinte tra di loro ma che si intersecano di continuo durante la narrazione.

Leroy è un giovane americano pieno di vita e amore per la sua fidanzata, che ritorna dalla guerra in Iraq gravemente ferito nel corpo, ma soprattutto nell’anima. E dalle ferite dell’anima, si sa, a volte non si guarisce mai…
Pauline è l’infermiera che meglio rappresenta la vocazione delle infermiere tutte, quella innata e doverosa propensione alla cura, rivolta a tutti i disperati che accoglie nell’ospedale in cui lavora e che tratta con affetto e delicatezza, ben consapevole del suo ruolo. Ci mette tutta l’attenzione che in vita sua non ha ricevuto, costretta ad accudire da sola un padre malato mentale, fin da quando era piccolina.
E Freddie, che per sbarcare il lunario e pagare le cure mediche alla figlia malata, è costretto a fare due lavori, uno di giorno e uno di notte. Rifugiandosi, nei rari momenti liberi, nel calore della voce delle sue due figlie che vivono a migliaia di km di distanza, con la loro madre.

Le vicende di questi tre personaggi si intrecciano, mentre provano a dare un senso al dolore, perché non si può vivere di sola disperazione. Cercano di sopravvivere annaspando nel senso di colpa che deriva dai loro fallimenti, con gli strumenti che hanno a loro disposizione. Ed è così, dunque, che Leroy si rifugia in una dimensione onirica a cui Vlautin dà vita inserendo nella narrazione addirittura una distopia. Un viaggio fantascentifico che si materializza nella testa di Leroy, che giace in un letto di ospedale senza possibilità di comunicare con il mondo esterno, e che lo vede fuggire insieme alla sua amata Jeanette da un’associazione che vorrebbe catturarli ed ucciderli.
Pauline cerca di espiare le proprie colpe prendendosi cura di Jo, una ragazza giovanissima e tossicodipendente, che vive con un gruppo di tossici in una casa abbandonata. Per un senso di empatia e sorellanza, rivedendo probabilmente la se stessa da giovane e ribelle, tenta di salvarla dalla bruttura, dalla sporcizia e dal degrado della sua vita al limite.
Freddie invece prova in tutti i modi a guadagnare dei soldi per poter pagare le cure della figlia malata. Accetta di coltivare delle piantine di marijuana nella cantina di casa sua, distruggendo per farvi posto l’enorme plastico della battaglia di Gettysburg che, nel tempo, aveva costruito con impegno nei rari momenti liberi.

Born in the U.S.A.

Grande protagonista di queste vicende è l’America, come cornice di senso e, contemporaneamente, di non senso. La contraddizione fatta nazione. L’essere americani dei personaggi, impossibile da scrollarsi di dosso, è costantemente ricordato dall’esasperazione del patriottismo di giovani mandati a rovinarsi in una guerra in cui credono poco. Dal fatto di possedere un’auto americana, anche se vecchia e sgangherata. Dalle esistenze logorate dall’affanno di trovare i soldi per potere pagare ai propri figli l’assistenza sanitaria. L’America degli ultimi, degli emarginati e dei dimenticati. L’America che gli ultimi li ha dimenticati ed emarginati, ma che nonostante tutto scorre dentro le loro vene, i loro nervi. Nelle loro viscere.

Staccò alle 11 di sera, andò a piedi fino al parcheggio e salì su una Honda cinque porte verde tutta ammaccata. Si fermò al supermercato e comprò ventiquattro lattine di zuppa di noodle al pollo in offerta, un barattolo di gelato al cioccolato, una confezione di panna per caffè senza grassi e due donut glassati.

La soundtrack

Jeanette accese il lettore cd. Lo posò sul tavolino accanto al letto di Leroy. La voce di Amalia Rodrigues uscì sommessamente dai piccoli altoparlanti. Poi andò in bagno con un asciugamano, lo passò sotto il rubinetto, tornò da Leroy e gli lavò la faccia, le braccia e le mani.

“The free” non ha una vera e propria soundtrack, l’autore nel libro cita praticamente solo una cantante, Amalia Rodrigues, senza indicarne dei pezzi specifici. Ma nonostante ciò trovo che questo sia un libro fortemente “musicale”.
Willy Vlautin, oltre che talentuoso scrittore, è anche musicista e cantautore. Il suo raccontare così disilluso ma empatico, polveroso e nel contempo cristallino, realisticamente crudo e naturale, in grado di rimandare perfettamente al lettore i chiaroscuri delle vicende narrate e degli stati d’animo dei suoi protagonisti, ha molto in comune con la dialettica poetica del grande cantautorato indie-folk americano. Questo libro, come atmosfere, rimanda alla ruvidezza di Neil Young e alla malinconica decadenza di Nick Drake.
L’opera di Vlautin, sia narrativa che musicale, può ricordare, nell’attenzione alle vite degli ultimi, le medesime intenzioni che animavano Fabrizio De Andrè, e i suoi protagonisti quelli delle storie cantate da Tom Waits.

Ascolta la colonna sonora: The free – Willy Vlautin

La Tracklist

  1. Amalia Rodrigues – Fado portugues
  2. Amalia Rodrigues – Uma casa portuguesa
  3. Amalia Rodrigues – Barco negro (Mae preta)
  4. Black Sabbath – Paranoid
  5. Richmond Fontain– A letter to the patron Saint of nurses
  6. Richmond Fontain – The boyfriend
  7. Richmond Fontain – Lost in this world
  8. The Delines – Waiting on the blue