Tante piccole cose – Stefano Etzi

di Monia Mancinelli


La verità è che quando i fatti sono così chiari, non si dovrebbe nemmeno perdere tempo a fare un processo. E’ solo una perdita di tempo e una tortura ulteriore per chi è ancora vivo e soffre per ciò che è accaduto. Io ero colpevole, – sono colpevole – perché continuare a fare tutte quelle domande? Tanto non rispondevo, non ne avevo voglia, non c’era niente da spiegare né, tanto meno, da capire.

Il libro Tante piccole cose di Stefano Etzi presenta immediatamente la vicenda centrale della narrazione, ovvero l’omicidio di moglie e suoceri da parte di Daniele Masala, e si dipana in un racconto à rebours a più voci che cerca di indagare e di far emergere le ragioni di questo evento.

Da un lato, ci sono le voci di coloro che hanno conosciuto i protagonisti della storia in occasioni e tempi diversi: vicini di casa, compaesani, compagni di scuola delle superiori, colleghi di lavoro, amici, amanti e familiari, che presentano Daniele Masala come un giovane uomo incolore, che attraversa la vita quasi senza lasciare traccia.

Di lui sapevo – so – pochissimo: era nato a Cagliari, era brutto e nient’altro mi era rimasto impresso. A scuola stava nella media […]. Fissato con il calcio, ecco, quello sì, e forse con la musica.

Lui lo conoscevo solo di vista, buongiorno e buonasera, niente di più. Non l’avrei mai detto, certo, non era un ragazzo che sembrava cattivo.

Io lui non l’avevo mai visto, poi ho saputo che era di fuori. […] di lui […] non saprei che dire. Anche dopo, quando ha frequentato il corso <pre-matrimoniale>, mi è risultato difficile capirlo. Indefinibile, sfuggente, ambiguo, ma non in senso cattivo, quello no, mi è sembrato da subito un bravo ragazzo. Tuttavia, non riuscivo a inquadrarlo.

E così quel soggetto di Daniele Masala ha sterminato la famiglia. Piuttosto, io mi aspettavo che qualcuno da un giorno all’altro sterminasse lui, scemo com’era. […] E comunque non si chiama Daniele Masala, come dicono i giornali, si chiama Archy […] a scuola lo chiamavamo così.

Quello che ha sterminato la famiglia, Daniele Masala, lo vedevo sempre in corriera. Credo che frequentasse il liceo classico […] Le cose che mi sono rimaste impresse di lui sono tre: lenti a contatto verdi, camicia aperta sul davanti e treccine. 

Sono stato il migliore amico di Daniele Masala per una decina di giorni, durante un’occupazione al liceo. […] Il nuovo inizio delle lezioni, alla fine, fu un sollievo. […] Tornammo ai nostri ritmi abituali e finalmente potei fare a meno di frequentarlo.

Io non li conoscevo, non ne parlava mai, per cui non posso dire di essere dispiaciuto. Nemmeno per lui so cosa provare, in fondo non sapevo niente. […] Eravamo colleghi, è vero, ma non avevamo nessun rapporto.

Non ho mai avuto un buon rapporto con mio fratello. Anzi, a dire il vero non ho mai avuto nessun rapporto con lui, nemmeno cattivo. […] Suona inverosimile, ma eravamo due estranei.

Dall’altro lato, c’è la voce di Daniele Masala, che svela i retroscena del suo gesto raccontando una vita fatta di silenzio, di eccessiva servilità e assenza di coraggio, corroborata dalle testimonianze di alcune voci secondarie.

Bisognerebbe vivere le cose che capitano con meno trasporto, almeno all’inizio. Io invece mi lasciavo prendere dall’entusiasmo. Da ragazzino ero facilmente incline all’illusione e quindi alla conseguente delusione. Solo che non ero capace di farlo in altra maniera. Crescendo sono cambiato e negli ultimi anni ho cercato di farmi scivolare tutto addosso. Non ne valeva la pena, mi dicevo, volevo solo vivere in pace. Le preoccupazioni, i problemi, sono tali solo se gli diamo importanza. Se invece ce ne freghiamo, allora non esistono. In questo modo cercavo di ragionare, ecco, e credevo anche di riuscirci. Evidentemente mi sbagliavo. Con mia moglie, con  i miei suoceri, non era facile per niente farsi scivolare tutto addosso. Io ce l’ho fatta fino al momento in cui li ho ammazzati. Sarebbe stato meglio ribellarmi un po’ alla volta, invece di tenere dentro la rabbia fingendo indifferenza. Per quieto vivere ho sopportato – passerà, mi dicevo – fino a rimanere schiacciato. Pazienza, non c’è modo di rimediare.

Mi faceva una pena, lui, ma a me non piace fare troppe domande. Ora che ho scoperto che ha ammazzato tutti, posso pensare che piangesse perché aveva una vita schifosa.

Quel ragazzo a me mi è sempre sembrato una vittima. Lo vedevo io come lo trattavano, poveretto. Lavorava praticamente da solo, con Severino attaccato a dirgli cosa doveva e cosa non doveva fare. […] Lo rimproverava sempre, quel ragazzo. Più di una volta lo ha sgridato anche in mia presenza, per cose da niente, non c’era motivo. E lui continuava a lavorare, zitto, come un mulo. L’uva la raccoglieva da solo, l’orto lo zappava lui, e dopo Severino si vantava. […] Peccato che la fatica era del genero, non sua. […] Però non l’ho mai sentito dire cosa pensava, lavorava e basta, non ha mai messo in dubbio gli ordini di Severino. Adesso me lo immagino cosa aveva in testa.

Qualche giorno dopo li rividi. Entrò prima il marito, aprì per bene la porta e fece entrare la moglie. Era molto grassa, camminava male, respirava con difficoltà, ansimava. Aveva la faccia rossa, pensai che aveva fatto uno sforzo e mi avvicinai per porgerle il braccio. Ma non era la fatica a opprimerla, era la rabbia. La rabbia contro di me. […] Io tornai a casa e raccontai tutto a mia moglie e ai miei figli. “O stavano recitando oppure lui entro mezzanotte l’ammazza”. Non stavano recitando e io ho sbagliato giusto di qualche mese.

La vita qualunque di un uomo qualunque e privo di qualità che finisce sotto le luci della ribalta per un’esplosione di lucida violenza, di fronte alla quale il lettore sarà chiamato a esprimere il proprio personale giudizio e a scegliere se comprendere o condannare le ragioni che hanno portato Daniele Masala a compiere quel gesto, sposando la teoria di chi afferma: “Perché aveva ammazzato tutti quanti? […] non avrebbe potuto semplicemente dire vaffanculo alla moglie?”, oppure la teoria di chi dice: “Se proprio devo dirla tutta, secondo me lo hanno fatto diventare matto, quello. […] Lui, quel ragazzo, magari di natura era già un po’ matto, però se si sposava con una ragazza normale e trovava una famiglia normale, allora forse guariva, non impazziva del tutto. Entrare in quella casa, invece, gli ha fatto più male che bene”.

La musica in “Tante piccole cose”

La musica non è molto presente nel romanzo, ma lì dove è presente serve soprattutto per definire i generi musicali ascoltati dai protagonisti al liceo e per tracciare l’atmosfera della Sardegna.

Per quanto riguarda la scuola e gli anni adolescenziali, Daniele Masala risulta appassionato di metal (“Mi sembra di ricordarlo con la maglietta di un gruppo, alle superiori: credo metallara, qualcosa del genere, era tutta nera con delle scritte inquietanti”), il genere con il quale al liceo cerca di darsi un senso di appartenenza a quei coetanei che si riconoscono in quella scena musicale e di “sognare di scappare in America, in Inghilterra, in Irlanda, da qualunque parte” chiuso nella sua cameretta. Ipotizzando che il protagonista abbia frequentato il liceo negli anni Novanta, a quel tempo la musica metal che andava per la maggiore era quella dei Metallica (heavy metal), dei Korn (nu metal), dei Marilyn Manson (industrial metal), degli Iron Maiden (heavy metal) e dei Tool (alternative/progressive metal).
I Metallica nel 1991 pubblicarono il loro quinto album in studio, l’omonimo Metallica, prodotto dal produttore Bob Rock, noto anche per aver lavorato con i Mötley Crüe, i Bon Jovi e Cher. Il disco esordì al primo posto della classifica Billboard 200, fu soprannominato dai fan Black Album ed è ancora oggi il maggiore successo musicale del gruppo.
I Korn nel 1994 decisero che Jonathan Davis, frontman dei SexArt, doveva diventare il loro nuovo cantante e pubblicarono il loro primo album, Korn, da cui furono estratti come singoli Shoots and Ladders (che fu anche nominato ai Grammy Award come Best Metal Performance), Clown e Blind (quest’ultima già presente nel demo del 1993 Neidermeyer’s Mind).
I Marilyn Manson, a cui i Korn fecero da gruppo spalla tra il marzo e l’aprile del 1995, fecero uscire nel 1996 il loro secondo album in studio, Antichrist Superstar (primo singolo estratto dall’album: The Beautiful People), un rock-concept album i cui lavori di realizzazione furono molto difficili, segnati, a quanto si dice, da esperimenti di privazione del sonno e costante uso di droghe allo scopo di creare un ambiente che si adattasse al contenuto suggestivo e talvolta violento dell’album.
Gli Iron Maiden avevano visto nel 1989 l’abbandono del chitarrista Adrian Smith e la sua sostituzione con Janick Gers, in precedenza nel gruppo di Ian Gillan dei Deep Purple e nei primi anni Novanta scelsero di tornare allo stile più ruvido degli esordi con due album, No Prayer for the Dying del 1990 e Fear of the Dark del 1992, che non ricevettero un grande favore da parte della critica e dei fan per l’accusa di aver perso di spessore, vena creativa e tecnica rispetto alle uscite precedenti (sebbene l’album del 1992 riscosse un maggiore successo di vendite per via dell’omonimo singolo).
I Tool, emersi nel panorama rock alternativo grazie al primo album (Undertow del 1993) nel momento in cui questo era dominato dal movimento grunge, si sono imposti sulla scena alternative metal nel 1996, con la pubblicazione del secondo album Ænima, da cui è tratto il singolo Stinkfist.

Un’altra scena musicale presente al liceo frequentato dal protagonista è il punk; ma non un punk qualsiasi, bensì “punk suonato, cantato e prodotto nel settantasette, ché dopo era iniziata la fase commerciale”. Le origini del punk rock (fenomeno noto anche come punk 77) possono essere ritrovate nelle sperimentazioni di band rock come The Who, Velvet Underground e New York Dolls, che attraversarono il momento chiave e fondamentale all’inizio degli anni Settanta, a Detroit (USA), quando un ragazzo che prenderà il nome di Iggy Pop e altri amici fondano la band The Stooges che, sebbene abbia avuto una notorietà e un successo commerciale inferiore a quello dei primi protagonisti del punk rock, ebbe un ruolo fondamentale della nascita del genere. Lo scioglimento degli Stooges nel 1974 determinò l’evoluzione del genere in tre zone principali: New York, Los Angeles e il Regno Unito. New York fu la patria dei Ramones, che a gennaio del 1977 pubblicarono il loro secondo disco, Leave Home, bissato qualche mese più tardi da Rocket to Russia, e suggellando una storica trilogia punk insieme a Ramones, uscito un anno prima. Los Angeles fu la patria dei The Germs, che portarono il punk su strade più aggressive e su testi più politicizzati. Il Regno Unito fu la patria dei Sex Pistols, che riscossero un enorme successo mediatico nel 1977 quando decisero di festeggiare il giubileo d’argento della Regina Elisabetta II suonando su una chiatta nel Tamigi God Save the Queen.

Ultimo riferimento musicale degli anni del liceo è Rino Gaetano, l’artista preferito di Ilaria, una ragazza che, “se poteva prendersela con qualcuno, non si faceva pregare” e che piaceva moltissimo a quel ragazzo che per dieci giorni fu l’amico di Daniele Masala. Nel romanzo si citano indirettamente i primi album masterizzati di Rino. Nel 1973 Gaetano incise il 45 giri I Love You Maryanna, firmando il singolo con lo pseudonimo di Kammamuri’s, in omaggio a un personaggio dei Pirati della Malesia di Emilio Salgari. Ma il successo, preannunciato nel 1974 quando il brano del suo primo album Ingresso libero dal titolo Tu, forse non essenzialmente tu fu notata da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni che la inserirono più volte nel loro programma radiofonico Alto gradimento, giunse nel 1975 con l’indimenticata e indimenticabile 45 giri Ma il cielo è sempre più blu, ritornata in auge anche in questi tempi di Covid-19, quando 50 artisti della musica italiana l’hanno interpretata e riadattata per raccogliere fondi a favore della Croce Rossa.

Per quanto riguarda la Sardegna, la musica citata nel romanzo è quella di Benito Urgu, artista che attraversò la scena musicale italiana come autore di pezzi di successo come Gambale Twist (quest’ultimo con apici d’ascolto a livello nazionale quando la stessa RAI negli anni 60 la trasmise sul primo canale) e Sexy Fonni (che produsse uno scontro tra Urgu e Adele Faccio in occasione di una trasmissione radiofonica) e la scena televisiva con la partecipazione a numerose trasmissioni su reti nazionali e locali. 

Una chicca musicale del romanzo: l’esergo. Una citazione da Il bombarolo di Fabrizio De André. Contenuta in un album, Storia di un impiegato che, a testimone Nicola Piovani che lo ha arrangiato e che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo quest’estate, ha il tema ispirato dal suono delle 3 campane d’argento di un convento di suore situato nella via in cui abitava da piccolo vicino al Vaticano.

Ascolta la colonna sonora: Tante piccole cose – Stefano Etzi

La tracklist

  1. Introduzione di “Storia di un impiegato” – Nicola Piovani
  2. Il bombarolo – Fabrizio De André
  3. Sad but True – Metallica
  4. Blind – Korn
  5. The Beautiful People – Marilyn Manson
  6. Fear of the Dark – Iron Maiden
  7. Stinkfist – Tool
  8. Gambale Twist – Benito Urgu
  9. Sexy Fonni – Benito Urgu
  10. Won’t Get Fooled Again – The Who
  11. Sunday Morning – Velvet Underground
  12. Trash – New York Dolls
  13. Dirt – The Stooges
  14. Blitzkrieg Bop- Ramones
  15. God save the Queen – Sex Pistols
  16. Lexicon Devil – The Germs
  17. I Love You Maryanna – Rino Gaetano
  18. Tu, forse non essenzialmente tu- Rino Gaetano
  19. Ma il cielo è sempre più blu – Rino Gaetano