Si parla d’America ne “L’ultima bandiera” di Darryl Ponicsan

di Cecilia Gariup


Quando Meadows pensava a Billy Badass e a Mule Mulhall, […] se li immaginava insieme in mare, il loro elemento naturale, autodeportati con onore, Mule l’artigliere che testava gli armamenti della nave, Billy il segnalatore del ponte che lanciava messaggi attraverso l’acqua. Li vedeva sull’attenti per l’ispezione del ponte mentre si prendevano gli elogi del capitano. Li vedeva godersi la licenza nei porti stranieri, Billy che rivolgeva il suo diabolico sorriso alle ragazze, Mule che si pavoneggiava. Verso la fine del suo periodo in cella, se li immaginava sulla via del congedo. Che sfruttavano le ferie arretrate. Che andavano in qualche posto a fare un po’ di rock’n’roll, prima di tornare alla vita civile e avviare una seconda carriera. Nella sua testa, stavano sempre insieme. Vecchi compagni di bordo.

Eccoli, i tre protagonisti di questo romanzo, scritto da Darryl Ponicsan ed edito in Italia da Jimenez con la traduzione di Gianluca Testani: Meadows, Billy Badass e Mule. Tre uomini che il destino ha fatto incontrare trent’anni prima rispetto ai fatti narrati, un’amicizia che, come una miccia, si è accesa, infiammata e consumata in un tempo troppo breve, solo qualche decina di ore. Ma che ha resistito covando sotto la cenere per trent’anni, prima di ritrovare il giusto comburente per riprendere vigore.

Per questi tre uomini, conosciutisi in gioventù durante il servizio nella Marina Militare degli Stati Uniti, in occasione di un picaresco viaggio di pochi giorni insieme, il motivo che li porterà a rincontrarsi nuovamente sarà sempre, in qualche modo, profondamente legato al loro essere cittadini americani, fedeli servitori della patria, in pace ma soprattutto in guerra.
Trent’anni prima Billy Badass e Mule Mulhall avevano scortato il giovane Meadows nel viaggio che lo avrebbe condotto verso il carcere in cui scontare 8 anni di detenzione per reati legati al suo problema di cleptomania (e le rocambolesce vicissitudini di quelle giornate sono narrate nel precedente libro di Ponicsan dal titolo “L’ultima corvè”); ora Meadows torna a farsi vivo e a chiedere nuovamente il supporto dei due vecchi compagni di bordo, per un altro importantissimo, e dolorosissimo, viaggio.

Editore: Jimenez

Riavvolgiamo la bobina

Darryl Ponicsan in questo romanzo, il seguito de “L’ultima corvè”, ripropone lo stesso tema con i tre protagonisti nuovamente sulla strada per portate a termine una nuova, triste missione. I tre nel frattempo si sono persi di vista, e ognuno ha condotto la sua modesta e, in un certo senso, infelice esistenza all’insaputa degli altri. Ma il legame che si è creato in quei pochi giorni passati insieme in gioventù ha lasciato un segno indelebile nelle loro esistenze.
Accade così che Meadows, tramite internet, trovi e rintracci i due vecchi compari per chiedere loro nuovamente di essere “scortato”, questa volta verso la base aerea di Dover, nel Delaware, per accogliere la salma del figlio Larry, morto in Iraq dove, con onore, ha combattuto per il proprio paese, e per esportare la democrazia americana.

Dunque, un libro in cui si intrecciano su più piani una serie di tematiche molto profonde: l’amicizia, la lealtà, il patriottismo, la politica, la fede e gli ideali. E soprattutto la guerra, e il senso di impotenza e di dolore che accompagna ogni perdita.

Dopo qualche istante Meadows dice: “É una gran cosa che abbiano preso questo tizio. É un bene che in Iraq nessuno debba più preoccuparsi di quello che poteva fargli… ma non posso fare a meno di chiedermi… se la settimana scorsa, o l’anno scorso, il nostro presidente avrebbe dato la vita di sua figlia per la causa”.

La narrazione è, senza troppi giri di parole, eccezionale. É indubbiamente uno dei libri con i migliori dialoghi che io abbia mai letto, e in questo è evidente come Ponicsan sia uno scrittore prestato al cinema, o uno sceneggiatore votato alla letteratura. La caratterizzazione dei tre personaggi è realistica, spassosa, irriverente. Il clima del libro è cupo e mesto, ma nonostante questo si sorride e in certi casi si ride proprio di gusto. Il libro è costellato di situazioni tragicomiche, in cui è facile immaginarsi questo trio di signori maturi, che non hanno più nulla da perdere, ancorati al ricordo dei fasti della loro gioventù, ormai invecchiati e disillusi. L’eloquio è spontaneo, a volte volgare, ma sempre sagace e divertente.

“Per me sono tutti un mistero, tranne te”.
“Cerca e ti sarà rivelato”.
“I predicatori non sono così difficili da capire. Hanno tutti la stessa madre”.
“Un figlio di puttana è sempre un figlio” osserva Mule.
“E come la mettiamo con i mutherfucker?” dicce Billy. Meadows ride, ma non è sicuro che avrebbe dovuto.
“Hai un solo spettatore” dice Mule, “ma per certi attori comici è abbastanza”.

Meadows chiede aiuto agli altri due, ma in realtà quello che si offrono è conforto reciproco. C’è pochissimo, o quasi nulla, nella vita di questi ex veterani della Marina, che valga la pena di essere vissuto; questo viaggio a tre è l’occasione per riaccendere quella miccia innescata trent’anni prima e godere delle emozioni dell’amarcord giovanile. I dialoghi ricchi di comicità accompagnano le situazioni più tristi e contraddittorie, mentre gag surreali incalzano il ritmo narrativo (spassosissima è la scena in cui Mule, pastore cattolico di colore, viene scambiato per un terrorista islamico dalla segretaria dell’autonoleggio a cui il gruppo si rivolge, la quale, sentendolo chiamare “Mule”, crede che il nostro sia un Mullah potenzialmente pericoloso).

É un libro in cui si ride e in cui si piange. In cui la denuncia delle contraddizioni dell’America e del suo patriottismo è feroce, irriverente ed esplicita. Ironica e disillusa. Ponicsan tocca un nervo scoperto, un sentire che evidentemente dilaga negli Stati Uniti a differenti livelli di consapevolezza: la guerra, il patriottismo, il sogno americano sono una farsa, una storia che si ripete sulla pelle della gente comune, dal ragazzo che viene assassinato sul suolo nemico mentre scende a comprarsi una Coca Cola, ai genitori che sopravvivono ai figli, ai giovani militari che rientrano in congedo con evidenti ferite nel corpo e meno evidenti, ma maggiormente dannose, rovine nell’anima.

L’hangar è freddo, vuoto e tetro. Un tavolo pieghevole è stato apparecchiato con caffè e ciambelle. Solo Billy ne approfitta, all’inizio. Poi il padre che è arrabbiato con sua moglie perchè pensa che il figlio stia tornandoa casa e invece lui pensa che non sia il figlio, non più, non somiglia nemmeno lontanamente a quello cui lui pensava come al loro figlio, si unisce a lui accettando il fatto che il lutto e il caffè non solo non si escludono a vicenda, ma sono anche intimamente connessi.

La soundtrack

“L’ultima bandiera” è un libro che ha pochissima musica citata nel testo, solo un paio di brani di cui uno in particolare, Raindrops keep falling on my head, costituisce la suoneria del nuovo telefono cellulare di Billy. E l’acquisto di un cellulare durante il viaggio da parte di tutti tre costituirà un’ulteriore spunto di riflessione sul consumismo e sulla comodità della modernità a basso costo che ci presenta però un conto salatissimo in termini di perdita di libertà e privacy. Un’altra finta conquista che ci viene propinata come “progresso”.

Ai primi quattro brani, citati nel libro o di cui ne viene suggerito l’autore, ho pensato di aggiungere due brani dalla colonna sonora del film. Il primo, Jingle bell rock, fa riferimento al periodo in cui si svolgono i fatti, quello natalizio. Il secondo è Not dark yet, tratto dall’album “Time out of my mind” di Bob Dylan del 1997. Si tratta di un brano introspettivo, uno di quei testi dylaniani a cui siamo abituati, scritto per essere musicato ma che si potrebbe benissimo leggere anche in un’antologia. Il canto è sofferto ed emozionato, le atmosfere eteree e le liriche parlano della vecchiaia come condizione di stanchezza, di disillusione. Della consapevolezza che il finire del tempo si avvicina inesorabilmente, che l’esistenza umana è limitata. (Shadows are falling and I’ve been here all day / It’s too hot to sleep, time is running away / Feel like my soul has turned into steel / I’ve still got the scars that the sun didn’t heal / There’s not even room enough to be anywhere / It’s not dark yet, but it’s getting there).

Ho poi aggiunto due pezzi a completamento di questa playlist che segue il mood del libro, ovvero una critica feroce, ricca di amara malinconia ma anche di divertito cinismo. C’è quindi un brano del compianto e amato Vic Chesnutt, dal titolo Iraq. Nel testo di questa canzone (e Vic Chesnutt era un grande maestro nella scrittura dei testi, lo scrivo con una certa emozione) l’autore utilizza una metafora con cui paragona l’America a uno stupratore che crede di salvare la sua vittima da un marito che la maltratta (But I knew she didn’t know what she was doing / So I held her down until she stopped flailing / And then I whisper in her ear / You are free, baby / You are free / Make love to me – Ma sapevo che lei non sapeva quel che faceva / e allora la tenni giù finche non la smise di agitarsi. / Poi le sussurrai nell’orecchio / “Sei libera, baby / sei libera / su, facciamo l’amore”).

L’ultimo pezzo è Life during wartime, dei Talking Heads. Il ritmo è incalzante, e questo è senza ombra di dubbio uno dei brani simbolo delle Teste Parlanti, che sa rendere al meglio le capacità del gruppo. Non è un brano che parla di guerra nel senso in cui il tema viene affrontato nel libro, ma lo fa in modo surreale e con quel ritornello (“This ain’t no party, this ain’t no disco”) che ogni volta che lo riascolto mi stupisce per originalità e piglio strafottente (un po’ come il nostro Billy Badass!).

Ascolta la playlist su Spotify: L’ultima bandiera – Darryl Ponicsan
Ascolta il brano di Vic Chesnutt “Iraq”: https://youtu.be/u6i18hzKeBg

La tracklist

  1. Join the navy – Village people
  2. Ain’t got no, i got life – Nina Simone
  3. Whithout me – Eminem (nel libro si cita il rapper bianco, il brano è tratto dalla colonna sonora del film tratto dal romanzo nel 2017, “Last flag flying”, diretto da Richard Linklater)
  4. Raindrops keep falling on my head – B.J. Thomas
  5. Jingle bell rock – Bobby Helmes
  6. Not dark yet – Bob Dylan
  7. Iraq – Vic Chesnutt
  8. Life during wartime – Talking Heads