di Davide Morresi
Cosa resta di noi quando la terra trema e tutto ciò che conosciamo viene recintato, catalogato e sostituito da prefabbricati numerati? Questa è una storia ribelle non è solo il racconto di una sopravvivenza, ma un grido di resistenza che nasce dal fango delle macerie e sale fino alle antenne che sorvegliano il nuovo ordine. Una storia di amicizia, di memoria ritrovata e di una rabbia necessaria che ha il sapore dei fichi selvatici e la forza di un’esplosione.
La trama di Questa è una storia ribelle
La vita di Selvaggia è divisa da un confine netto: il prima e il dopo il terremoto. Del “prima” ricorda poco, quasi nulla; la sua memoria è stata sepolta dalle macerie della vecchia casa, insieme ai suoi genitori e a Neve, il suo cane bianco. Il suo presente è il compound Tre, una realtà fatta di case di legno, vialetti ordinati e una “Scuola Azzurra”, dove la vita sembra ricominciata ma sotto la stretta sorveglianza dell’Unità d’Emergenza e del Commissario Cairon.
Il mio primo giorno di scuola è stato un disastro, perché non c’era nessun cortile pieno di bambini ma una tenda bianca con pochi mocciosi dentro, non c’era Bob e non c’erano né mamma né papà, e a tenermi per mano era stata la dottoressa Margherita.
Tutto cambia quando Selvaggia incontra Penny, la figlia di Abubakar, un attivista che non si piega al controllo del Consorzio Edile. Penny non ha dimenticato il passato e trascinerà Selvaggia in una fuga verso le montagne, alla ricerca della verità su ciò che è stato tolto loro: non solo le case, ma la terra stessa e l’identità di un intero popolo. In un crescendo di tensione, tra appuntamenti a mezzanotte e atti di sabotaggio, Selvaggia dovrà decidere se restare la “brava bambina” del compound o diventare, finalmente, ribelle.
È la nostra terra, Selvaggia. Non possono portarcela via mettendoci sopra un po’ di ghiaia e qualche prefabbricato. Sotto c’è ancora la vita, e noi dobbiamo andare a riprendercela.
I temi del libro: macerie, rabbia e fichi
Dimenticate la solita storia sulla ricostruzione bella e buona. Qui il tema centrale è una lotta senza quartiere tra la memoria (quella vera, che odora di terra e radici) e il controllo (quello asettico delle tabelle Excel e delle recinzioni). Arjuna Cecchetti ci sbatte in faccia una verità scomoda: ricostruire non significa solo mettere un tetto sopra la testa, ma decidere chi ha il diritto di possedere i ricordi.
Il libro è un inno alla resistenza punk, quella che nasce quando a dodici anni capisci che “sicurezza” è spesso solo un sinonimo di “obbedienza”. C’è il sapore della libertà selvatica e lo scontro frontale con un potere che vorrebbe tutti educati e silenziosi in casette di legno numerate.
Emblematico è il modo in cui la dottoressa Margherita prova a convincere Selvaggia che il passato non conta più davanti al comfort del nuovo ordine:
La casa che tu dici di avere è probabile sia solo un cumulo di macerie. […] Stiamo costruendo case nuove per tutti, case antisismiche, case belle e pronte per essere abitate, più grandi e più sicure di quella in cui sei cresciuta.
In queste righe c’è tutto il cuore del conflitto: è meglio vivere in una prigione dorata e sicura o lottare tra le macerie per riprendersi la propria storia?
L’ambientazione
L’ambientazione di Questa è una storia ribelle è uno degli elementi più potenti e simbolici del romanzo. Non è un semplice sfondo, ma un vero e proprio personaggio che combatte contro la cancellazione.
Il cuore geografico del libro è l’Appennino Centrale, una terra che Arjuna Cecchetti conosce e ama profondamente, già affrontato in altre sue opere. Ma se nel suo fortunato esordio Non pensarci due volte (ve ne abbiamo parlato qui) la montagna era il teatro di un viaggio epico e selvaggio verso la libertà (la fuga di Sara), qui l’Appennino è una terra ferita, spaccata dal terremoto e poi incerottato con la violenza del cemento. Mentre in Non pensarci due volte la natura rappresentava la possibilità di vivere in simbiosi con le leggi del bosco lontano dalla società, in Questa è una storia ribelle l’ambiente è il terreno di uno scontro frontale tra due mondi:
– il compound Tre: un non-luogo fatto di ghiaia, recinzioni metalliche, telecamere e prefabbricati in legno. È un’ambientazione distopica ma terribilmente reale, dove la natura è stata espulsa per far posto a un ordine artificiale. Qui il silenzio non è pace, ma controllo;
– la montagna selvaggia: è il luogo della fuga e della libertà. Sono i boschi che resistono, le vecchie case ridotte a scheletri di pietra dove crescono piante ribelli come il fico del nonno di Selvaggia. È un paesaggio acido e potente, fatto di sentieri dimenticati che Penny e Selvaggia percorrono per ritrovare se stesse.
Cecchetti descrive magnificamente questo contrasto: da una parte la polvere bianca dei cantieri che soffoca tutto, dall’altra il fango e la pioggia che restituiscono ai protagonisti il senso del mondo vero. È un’ambientazione che parla di archeologia del presente, dove scavare tra le macerie diventa l’unico modo per non essere spazzati via dal futuro prefabbricato del Consorzio.
Playlist e tracklist di Questa è una storia ribelle
Per Read and Play, Arjuna ci ha svelato i retroscena musicali che hanno accompagnato la creazione del romanzo, una vera e propria colonna sonora della resistenza, che potete trovare in questa playlist su Spotify: Questa è una storia ribelle di Arjuna Cecchetti.
- This is a rebel song – Sinead O’Connor: è il brano che ispira il titolo. Racconta di una ragazza irlandese che chiede a un soldato inglese come possa essere così crudele quando lei lo ama: una potente metafora dell’occupazione che risuona in tutto il libro.
- Conan – Giorgia Lepore: la sigla del cartone di Miyazaki è un riferimento fondamentale. L’autore ci ha svelato che i personaggi di Cairon e della dott.ssa Margherita sono liberamente ispirati proprio a figure della serie.
- Enter Sandman – Metallica: in una versione precedente del testo, questo era il gruppo di riferimento di Penny, la compagna d’avventura di Selvaggia. Un classico che ne sottolinea l’anima rock e indomita.
- Siamo i ribelli della montagna – Ustmamò: per la parte centrale del romanzo, dedicata alla vita “alla macchia”, Arjuna ha scelto questa versione degli Ustmamò per il suo sound più “acido” e originale rispetto alle versioni classiche.
- L’Internationale – Downtown Boys: dalla colonna sonora di Miss Marx, una scelta che sottolinea la presa di coscienza politica delle protagoniste.
- Moby Dick – Banco del Mutuo Soccorso: un brano dall’atmosfera eterea, scelto per accompagnare l’epilogo finale e la storia dei genitori di Selvaggia.
L’autore
Arjuna Cecchetti è un archeologo preistorico, scrittore e poeta che vive in Umbria, tra le pieghe dell’Appennino. La sua profonda connessione con il territorio e la natura è il cuore pulsante delle sue opere. Con il romanzo Non pensarci due volte (Dalia, 2021) ha vinto il Premio Demetra per la letteratura ambientale nel 2022. È inoltre autore di narrativa per l’infanzia con la fortunata serie dedicata alla piccola Sapiens Tula.