La Sardegna in “L’eresia del Cannonau” di Gesuino Némus

di Cecilia Gariup


Ci sono due luoghi al mondo capaci di rapirti cervello e viscere nell’esatto momento in cui posi piede sul loro suolo: uno di questi è l’Africa, l’altro è la Sardegna. Chiunque abbia avuto la fortuna di trascorrere anche solo un breve periodo in terra sarda sa benissimo a cosa io mi riferisca. La Sardegna non è solo un luogo geografico, un posto in cui andare e da cui tornare, ma è una vera e propria entità, che una volta sperimentata vi accompagnerà per sempre. È una dimensione a cui fare spesso visita con il pensiero, almeno fino al momento in cui non la si possa raggiungere anche con il corpo.
La Sardegna è madre, contiene in sé tutta la meraviglia dell’ancestrale, della terra vergine. È isola, e quindi lontana per antonomasia. È quasi un topos letterario, quel luogo in mezzo al mare in cui perdere i contatti con la propria civiltà, per ritrovare se stessi e ciò che rende una vita degna di essere vissuta: la concretezza delle relazioni umane, la semplicità delle cose naturali, la bellezza del creato in tutta la sua variabilità e il fortissimo spirito di comunità.

L’“Eresia del Cannonau” è l’ultimo libro, edito da Elliott nel 2019, di Gesuino Némus, vincitore del Premio Campiello nel 2015 con “La teologia del cinghiale”.
Non avevo mai letto Némus prima ma, da ammalata di morbo sardo, era solo questione di tempo. Posso dire di aver trovato un altro modo, oltre al mirto ghiacciato del sabato sera (di cui ogni anno mi rifornisco calcolando di averne a sufficienza fino all’estate successiva), oltre al carasau con ricotta e miele per la merenda del pomeriggio e alla lacrimuccia nel riguardare le foto delle vacanze, per tornare in modo virtualmente concreto alle sensazioni della terra sarda e alla vitalità della sua gente.

Editore: Elliott

La soundtrack de “L’eresia del Cannonau”

Ascolta la colonna sonora: L’eresia del Cannonau – Gesuino Némus

L’autore, all’interno del libro, cita pochi brani, che vengono però sapientemente utilizzati, anche riportandone il testo intero, per evocare nel lettore in modo perfetto l’atmosfera di comunione e comunità gioiosa e goliardica degli adepti al culto del dio Cannonau! Sua santità è, esattamente come gli dei delle mitologie arcaiche e pagane, un signore magnanimo e potente, che dispensa spensieratezza, allegria e postumi mattutini contrastati dai protagonisti con l’unica medicina che conoscono: il Cannonau stesso.

Uno di questi brani, Ghetta tassa, della cantante sarda Claudia Aru, è l’inno degli avventori del bar Cannonau&Basta, il luogo di ritrovo della comunità di Telèvras, l’immaginario (ma verosimile!!!) borgo nell’Ogliastra in cui si svolgono i fatti narrati nel libro. Tutti, al bar di Samuele, intonano la canzone per chiedergli un altro bicchiere del suo Cannonau, quello gran riserva che sembra dover finire da un momento all’altro.
La canta persino il maresciallo dei Carabinieri Ettore Tigassu, che, alla richiesta di avere una copia pirata del cd, si sente rispondere:

Tutti, qui, hanno comprato l’originale. Proprio tutti. Una cosa che ti piace davvero te la compri. […] La musica di merda la scarichiamo gratis. Quella buona, come il vino, o la compriamo o ce la facciamo da soli.

La tracklist

  1. Fabrizio De Andrè – La domenica delle salme
  2. Piero Ciampi – Il vino
  3. Claudia Aru – Ghetta tassa
  4. Claudia Aru – Tasinanta
  5. Giorgio Gaber – L’illogica allegria
  6. Fabrizio de Andrè – Creuza de ma
  7. Queen – Another one bites the dust

Questa terra ti può guarire

Questo è il titolo di uno dei capitoli del libro, ed è il motivo che riporta Marta, donna sarda vissuta a lungo in continente, a ritornare a vivere nella sua terra. Nel viaggio di rientro conosce Ferruccio, un milanese che ha passato gli ultimi 20 anni in carcere per sequestro di persona (sarà una coincidenza?). Tra i due nasce subito un sentimento, ed è il primo miracolo compiuto dalla Sardegna. Non solo amore, ma redenzione, comprensione e indulgenza verso se stessi.

Lascia un po’ di mistero, fatti affinare, barricare, incuriosire, creare desiderio di scoperta… Aspetta che sia lei a farti delle domande, a chiedere chi sei e cosa fai… Sappi aspettare il suo tempo. Perchè così è la vita. Sarà sempre una donna a sceglierti, a decidere se stapparti, annusarti gustarti, sciacquarsi il palato col tuo sapore, deglutirti a piccoli sorsi, ingoiarti. Non essere sincero se non ti viene richiesto. Proprio come un grande vino. Ma non mentire mai. Non essere un dogma, una dottrina, ma un’eresia. Proprio come il Cannonau.

Dopo 20 anni, finalmente Ferruccio è pronto a ricominciare da zero, in un posto in cui non viene giudicato, non perché nessuno lo conosca e non sappia del suo passato, ma perché nessuno è esente dal peccato, e nessuno si arroga il diritto di giudicare.

“L’eresia del Cannonau” presenta un microcosmo di personaggi incredibili, e lo fa in modo divertente e profondo nello stesso tempo. C’è Aedo Pistis, il centenario del paese sempre pronto a sparare sentenze; il prete africano dal fine umorismo che parla in sardo; il maresciallo Tigassu, un po’ burbero ma molto amato; e poi Gesuino Némus, l’alter ego dello scrittore, un personaggio che non compare mai, che viene solo nominato, ma che ha comunque un ruolo importante ai fini della narrazione, in quanto padrone del cane Bregù (Vergogna).

La vicenda attorno cui ruota tutta la narrazione è la scomparsa di Jasmine, una bambina nera come la notte, nera come il Cannonau, emblema di un’umanità differente che trova non solo posto, ma cura e accoglimento nel piccolo borgo sardo.

Ecco allora che Némus, in un modo davvero unico, che unisce una narrazione divertente e scanzonatoria a un uso sapiente e colto della lingua, in cui si mescolano l’italiano, il sardo e il latino, racconta una storia in cui trovano spazio tutti i sentimenti e le vicende umane, quelle più profonde e segnanti (l’amore, il dolore della perdita, la paura della malattia, lo spirito di sacrificio, il perdono).

Stettero a guardare la partenza, e Daheb pensò che nonostante tutto quello che era accaduto il mondo fosse ancora bello se c’erano persone così, che ti abbracciavano e aiutavano senza guardare il colore della tua pelle, senza chiederti nulla in cambio; che avevano passato le loro notti e i loro giorni a cercare tua figlia, portandoti il cibo, l’acqua, per condividere con te il dolore e renderlo meno sopportabile. Daheb era più sereno. Aveva apprezzato molto quelle presenze.

Ne esce il racconto di una comunità, ricca, coesa, strampalata, ancorata in modo fortissimo alle tradizioni, che da esse trae la sua forza. Una comunità solo geograficamente chiusa tra le montagne da un lato e il mare dall’altro. Ma con il cuore aperto all’alterità, di cui si fa fiera portatrice.
E laddove vi siano divergenze o incomprensioni… ghetta tassa! … le appianano a Cannonau!

“L’eresia del Cannonau” ha il pregio che riconosco in pochissimi libri di poter arrivare a tutti e di poter soddisfare il gusto di una gamma ampissima di lettori. Un libro che, esattamente come il vino di cui porta il nome, piacerà sia ai palati più fini che a quelli più rustici; ed esattamente come il Cannonau sarà in grado di farvi letteralmente girare la testa!