di Davide Morresi
Per trasmettere emozioni a volte non servono grandi metafore, bastano i dettagli giusti: le Converse bucate di un ragazzo a Parco Lambro, il riflesso freddo dei monitor della Borsa, una traccia dei Portishead che rallenta il battito cardiaco. Con Il respiro del delfino, AN15 firma un’opera minimalista che evita i giri di parole per andare dritta al midollo di una disillusione generazionale. È un libro che ha il coraggio di guardare il fallimento negli occhi, muovendosi nella convinzione che, a volte, l’unica verità rimasta si nasconde proprio dove tutto crolla:
Se il carburante brucia, la stella collassa e risucchia il corpo, lo spirito, il quid e tutto il resto del mondo.
Trasformando la cronaca di una dipendenza e di una sparizione in una radiografia emotiva, nuda e magnetica, l’autrice ci costringe a fare i conti con la parte più vulnerabile di noi stessi.
Il viaggio di Gretel e Ansel
Il cuore del romanzo batte nella Milano degli anni Ottanta, una città sospesa sul baratro della sua stessa metamorfosi: le utopie collettive del decennio precedente stanno lasciando il posto ai giovani e rampanti yuppies, al culto dell’apparenza e alla frenesia fredda degli schermi. In questa Milano che corre e non aspetta nessuno, conosciamo Margherito, per tutti Gretel, un ragazzo che si muove come un fantasma tra i sentieri di Parco Lambro, un vero e proprio supermercato della droga e dell’eroina a cielo aperto.
Gretel cerca disperatamente il suo ragazzo, Ansel, sparito nel nulla. È l’inizio di un viaggio viscerale e tormentato che attraversa le strade di una Milano livida e divisa in due: da un lato il cinismo della “Milano da bere”, dall’altro il perimetro autogestito e militante dei centri sociali occupati, dove il punk anarchico diventa l’unico rifugio per l’astinenza e la disillusione. Attorno a loro si muove una costellazione di anime ferite e irriverenti – come Giusi, la ragazza che accoglie Gretel offrendogli una possibilità di riscatto – persone che rifiutano la retorica del successo contemporaneo per cercare, semplicemente, un modo per non annegare.
I temi de Il respiro del delfino
Retorica del successo a tutti i costi: è questo uno dei miti su cui noi stessi, tutti, abbiamo costruito quella che chiamiamo “società contemporanea”. Ed è questo il mito che viene annientato implacabilmente lungo la narrazione, mentre con una lucidità disarmante si rimette al centro del palco chi è rimasto indietro.
Crolla la promessa dell’eroe, quel dogma occidentale del credi in te stesso e ce la farai, sostituito dalla rassicurante e paradossale utilità degli antieroi, che ispirano proprio attraverso il disastro sistematico dei propri fallimenti.
Erano sempre stati gli antieroi, i vili, i catastrofici, i deboli, gli sfigati senza spina dorsale a mostrargli la Via. Era colpa loro se si trovava sempre a siffrire come un cane per aver fatto la scelta giusta, perché ogni goccia di coraggio è un distillato di dolore acidissimo da buttar giù.
La tossicodipendenza viene spogliata da qualsiasi patina romantica o maledettismo di facciata; diventa una condizione esistenziale brutale, una paralisi dell’anima.
Mentre la superficie del paese si riempie di sfilate di moda e dei primi telefoni portatili, i protagonisti scelgono di abitare la notte, muovendosi in quella città sotterranea dei reietti, che vive rigorosamente in notturna, dove il corpo sperimenta da vicino il panico, in netto contrasto con la società che sta andando sempre più verso direzioni altre:
Si sforza di non accoltellare quel ridicolo coglione col caschetto del proprietario e accetta il proprio ruolo, consapevole di essere in uno zoo, il centro nevralgico di un fermento commerciale che si nutre di lusso, pieno di scimmie che ricercano un’estetica ben codificata: scimmie con pellicce, scimmie che volano in business class verso mete esotiche, scimmie vestite da sarti miliardari, scimmie col telefono portatile, scimmie col Rolex e l’appartamento a New York, scimmie che d’inverno migrano coi mammut ai piedi a Cortina, scimmie con la fuoriserie, scimmie che lottano per il riconoscimento sociale, scimmie che piacciono alle scimmie che piacciono. Una circoscritta élite di moderni imperatori che detta le mode e le leggi.
La musica ne Il respiro del delfino
Ascolta la colonna sonora su Spotify: Il respiro del delfino – AN15
Per chi ama le connessioni di Read and Play, questo libro è una miniera d’oro. La musica qui si comporta come un personaggio vivo: cura, protegge, fa da scudo contro la realtà. Nel testo diventa una vera e propria posologia, un farmaco salvavita contro la sordità del mondo esterno.
La colonna sonora che attraversa le pagine, e che l’autrice stessa riporta in appendice al romanzo, è potente e stratificata, e percorre alcuni grandi temi che si accompagnano al testo e, anzi, ne diventano parte integrante.
– il nichilismo delle origini: il libro si apre a New York nel 1979, con il biglietto trovato nella tasca della giacca di pelle di Sid Vicious dopo la sua morte;
– l’eufonia del potere: in netto contrasto, l’autrice ci porta tra il pubblico del monumentale concerto milanese di Frank Sinatra nel 1986, mostrando lo scollamento profondo tra la perfezione di The Voice e il vuoto di chi lo ascolta ai margini:
Il nuovo Palatrussardi è sold out, novemila biglietti volatilizzati all’istante; è il gran ritorno di The Voice dopo un periodo d’assenza di venticinque anni. Ansel è seduto in una zona strategica che gli permetterà di sentire bene, di osservare perfettamente tutto il palco e di stare al centro della scena.
– il farmaco per il cuore: nelle scene di massima vulnerabilità fisica, la musica diventa terapia psicosomatica. Quando l’ansia paralizza Gretel, l’ascolto dei Portishead interviene direttamente sul corpo: le basse frequenze elettroniche rallentano il ritmo del cuore e normalizzano la respirazione, restituendo un momento di tregua.
– la catarsi dei club: nelle cantine, nei club e nei centri sociali occupati, le tracce si mescolano senza sosta: il dark di Joy Division e Bauhaus, il britpop di Pulp e Suede, la rabbia crossover di Korn e Rage Against the Machine, fino al battito delle posse italiane e dei Punkreas. Un amalgama sonoro capace di unire i corpi e creare un’isola felice laddove la società impone la frammentazione.
L’autrice AN15 – Anna Laugelli
Dietro l’acronimo AN15 si nasconde l’identità di Anna Laugelli, una delle voci più lucide, musicali e taglienti della narrativa indipendente contemporanea.
Nata nell’area metropolitana di Milano proprio negli anni in cui esplodeva il movimento post-punk, ha sviluppato un percorso artistico fortemente radicato nelle arti visive e nelle sottoculture urbane. Dopo gli studi al Liceo Artistico, si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera. Da sempre attiva nella scena underground come DJ e organizzatrice di eventi indipendenti, ha fondato Box Position, un collettivo sperimentale nato per far dialogare arte visiva, musica e scrittura.
Il suo esordio letterario avviene nel 2017 con il romanzo Gatti nei sacchi di plastica (Habanero/Erga Edizioni), un’opera prima che mette già in luce la sua capacità di spogliare la realtà da ogni filtro retorico. Nel 2020 pubblica Underdog (Algra Editore), un testo crudo e ravvicinato che consolida la sua cifra stilistica, da sempre focalizzata sulle tensioni e sulle marginalità della vita contemporanea.
Con Il respiro del delfino (Dalia Edizioni, aprile 2026, collana CronoCorrente), AN15 consolida il suo stile: una scrittura viscerale e attenta ai dettagli, capace di unire la forza del racconto emotivo alla precisione di un documentario storico.