I “tre piani” di Eshkol Nevo

di Monia Mancinelli


L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce.

Nel romanzo Tre piani, Eshkol Nevo mette in scena la vita di alcune famiglie che abitano in una palazzina borghese nei pressi di Tel Aviv. Tre piani, tre storie, accomunate da vite all’apparenza perfette e prive di scossoni che invece nascondono desideri e pensieri con l’urgenza di essere raccontati. Tre piani, tre storie, che si intrecciano con l’escamotage narrativo delle tre istanze freudiane della personalità – Es, Io e Super-Io -:

L’Enciclopedia delle idee mi ha aiutato a ricordare che al primo piano risiedono tutte le nostre pulsioni e istinti, l’Es. Al piano di mezzo abita l’Io, che cerca di conciliare i nostri desideri e la realtà.  E al piano più alto, il terzo, abita sua altezza il Super-Io. Che ci richiama all’ordine con severità e ci impone di tenere conto dell’effetto delle nostre azioni sulla società.

Al primo piano abita Arnon. Sposato con Ayelet e papà di Ofri e Yaeli, trova negli anziani vicini Hermann e Ruth un aiuto insperato per la vita di coppia e familiare. Quando sua figlia Ofri si troverà a vivere una situazione spiacevole con il vicino Hermann, Arnon si fa trascinare dal suo subconscio, culla di bisogni primitivi come la fame e il sesso e di sentimenti come l’odio e l’invidia, impedendo a sé stesso di dare ascolto alle numerose prove razionali dell’unica interpretazione possibile dell’accaduto e scivolando inesorabilmente in una situazione che lo metterà alle strette:  

Non esagero. Mi sento proprio così. Come Gesù prima della crocifissione. Anzi, no, come Gesù in croce. Ho i chiodi già conficcati nelle mani. E il sangue inizia a sgorgare a rivoli. Ti è mai capitato di avere la sensazione di vivere gli ultimi momenti della vita come la conosci? […] Cosa faresti al mio posto, fratello? Adesso che hai sentito tutto. No, sul serio. Non cercare di starne fuori. I tuoi articoli sul giornale li leggo. Hai opinioni su tutto. Spara la prima cosa che ti viene in mente. Sei l’unica persona a cui chiedo consiglio, quindi non hai scelta.

Al secondo piano vive Hani. Mamma di due bambini e moglie di Assaf,  è impegnata a combattere una battaglia contro la solitudine dovuta ai frequenti viaggi di lavoro all’estero del marito e lo spettro della follia dovuta al ricovero di sua madre in un ospedale psichiatrico. Quando si farà vivo suo cognato Eviatar, che non vede da parecchi anni e che le chiede aiuto per sfuggire a creditori e malintenzionati, Hani cerca una soluzione razionale per superare il conflitto tra il desiderio di trovare un riparo per la sua solitudine e il dovere di corrispondere al suo ruolo di moglie e di madre e per non cedere al richiamo dei fantasmi della sua mente:

Non mi serve un avvocato difensore. E men che meno un inquisitore. Cercavo soltanto un testimone. Avevo bisogno di scrivere a qualcuno tutta questa storia, senza censure, per credere che Eviatar è successo davvero. O almeno per credere che l’ho davvero immaginato. Che ero talmente disperata da inventarmelo davvero. […] Evidentemente, ciascuna di noi può sopportare una certa quantità di solitudine. Mi ero dimenticata che io, in particolare, a causa della mia storia familiare, devo stare in guardia. sono sprofondata troppo in me stessa, è arrivato il tempo di cominciare a tirarmi fuori.

Al terzo piano vive Dvora. Vedova da un anno e giudice in pensione, è occupata a fare i conti con la perdita del marito e con un passato nascosto sotto il tappeto della netta divisione tra il bene e il male, degli obblighi, dei divieti e degli esempi morali, tessuto dal defunto Michael: niente sconti a chi mantiene segreti, niente sconti a chi è colluso con la Germania nazista (anche se si tratta di Richard Strauss), niente sconti al figlio Arad. Quando Dvora deciderà di partecipare a una manifestazione per il diritto alla casa nelle strade di Tel Aviv e incontrerà Avner Ashdot, si ritrova davanti quel passato e sarà chiamata a farci i conti, ammettendo a se stessa che è arrivato il tempo di dare spazio alla danza della vita e di scegliere per sé stessa, in maniera autonoma: 

Domani vengono i traslocatori. E dopodomani mattina mi sveglierò per la prima volta in una casa che non è la nostra. In un letto che non è il nostro. […] Sabato torno con Avner a Noit. Mi ha telefonato Asia. Ha detto che il piccolo ha nostalgia della nonna. E che Adar non è contrario ad avermi lì. Non fermamente contrario, almeno. Tu probabilmente diresti: che fretta c’è? Prima sistemati un poco nella casa nuova. Probabilmente diresti che devo aspettare un invito esplicito da Adar. Non è la nostra strada, imporci agli altri. Ma d’ora in poi non si tratta più della nostra strada, amore mio, fiore mio, mia sventura. D’ora in poi è la mia strada. 

Le confessioni a cuore aperto di Arnon, Hani e Dvora accompagnano il lettore in questo viaggio di disvelamento dei loro segreti fatti di pulsioni, desideri, bisogni e pensieri e lo coinvolgono con quel “tu” che lo mette al posto dei “confessori” e lo porta a condividere l’urgenza di una condizione tutta umana:   

I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. 

Qual è poi il più grande segreto che possiamo nascondere al mondo? Il segreto della nostra vulnerabilità.

Editore: Neri Pozza

La musica in “Tre piani”

Ascolta la playlist su Spotify: Tre piani – Eshkol Nevo
(alcuni brani non presenti su Spotify sono linkati lungo il testo dell’articolo)

La musica nel romanzo segna alcuni momenti cruciali di ciascuna delle tre storie.

Al primo piano la musica accompagna Arnon nelle sue attese in macchina con Karin e scandisce il conto alla rovescia con il suo destino. L’inizio è dato da Free Fallin’ di Tom Petty and the Heartbreaker: terzo estratto dall’album in studio Full Moon Fever del 1989, è uno dei pezzi più noti e più fortunati a livello commerciale (arriva settimo nella classifica di Billboard Hot 100 negli Stati Uniti nel gennaio 1990) e anche dei più memorabili nelle esibizioni dal vivo (celebri quelle con Axl Rose agli MTV Video Music Awards del 1989 e quella al Super Bowl del 2008). La canzone racconta dell’infanzia del protagonista, incarnata nel video da una ragazza che abita a Los Angeles nei primi anni Cinquanta e che è stata abbandonata, come Tom Petty ha abbandonato la Florida per cercare fortuna nella West Coast.
La fine del conto alla rovescia è segnata da Karma Police dei Radiohead: pezzo iconico dell’album in studio altrettanto iconico OK Computer del 1997, ha come titolo un’espressione che nasce da uno scherzo molto diffuso nella band (spesso, un membro diceva all’altro che avrebbe chiamato “la polizia del karma” se avesse fatto qualcosa di sbagliato, per riportare la situazione al suo stato naturale). La ballata elettronica richiama sia la psicopolizia del romanzo 1984 di George Orwell sia il concetto presente presso le religioni e le filosofie originarie dell’India e codificato soprattutto dalla cultura vedica, e ricorda che nel cosmo esiste una legge secondo la quale ogni azione, sia essa positiva o negativa, giusta o sbagliata, tornerà indietro secondo il principio di causa-effetto come una reazione proporzionale all’azione stessa. 

Al secondo piano la musica accompagna Hani nel suo cammino à rebours alla ricerca della gioia perduta, che affonda le sue radici nel non “ballare al ritmo del flauto delle aspettative altrui”. Il cammino à rebours inizia con Out on the Weekend di Neil Young: ballata country contenuta nell’album Harvest del 1972, canta di un uomo in viaggio che riflette sul passato e sull’amore, riconoscendo al contempo la bellezza e la gioia che contiene e l’incapacità di relazionarsi con esso (testimonianza non solo della difficoltà di Neil Young di esprimere la gioia, ma anche e soprattutto eco autobiografica della fine del matrimonio dell’artista con la prima moglie Susan, con la quale si era da poco lasciato).
La “terra di mezzo” è invece segnata da un cambio di colonna sonora interiore, che passa da Nick Cave ai Black Eyed Peas: il primo è il creatore di uno stile e di una sonorità inconfondibili attraverso la rielaborazione del blues, del gospel e del country che si manifesta in uno spirito cupo sperimentale tipico della new wave e del gothic rock e in testi intrisi di tensione religiosa e senso dell’apocalisse – tra i brani più celebri, From here to eternity, Into my arms  e I need you -); i secondi sono un gruppo californiano di alternative hip hop che si afferma negli anni Duemila con alcuni singoli di successo come Where Is the Love?, che vive una svolta pop con l’album The E.N.D. (che contiene Boom Boom Pow e I Gotta Feeling) e che ritorna all’hip hop contaminato da sonorità latine con brani come Ritmo (Bad Boys for Life) e Mamacita.
Il cammino di Hani si conclude con il ricordo di un giovane volontario argentino che le dedica Something dei Beatles: contenuta nell’album Abbey Road del 1969, è la prima canzone scritta da George Harrison a comparire sul lato A di un singolo dei Beatles. Harrison iniziò a lavorarci l’anno prima, durante la registrazione dell’album The Beatles (meglio conosciuto come White Album) e trasse spunto per la prima strofa da una canzone di James Taylor (che incideva per la Apple, la casa discografica fondata dai Beatles), intitolata appunto Something in the Way; la canzone fu data a Joe Cocker (che pubblicò la sua versione due mesi prima di quella dei Beatles) e conserva ancora il mistero su chi sia l’oggetto della sua ispirazione: Patricia Anne Boyd, all’epoca moglie di Harrison (come da lei ricordato nel suo libro del 2007 Wonderful today. La mia vita con George Harrison e con Eric Clapton) oppure Ray Charles (come affermato dallo stesso George Harrison in un’intervista del 1996)? 

Al terzo piano la musica accompagna Dovra nel suo viaggio in macchina con Avner Ashdot e la riporta a fare pace con il proprio passato e ad accogliere il diritto di immaginare un futuro tutto per sé. Il viaggio ha come sottofondo la musica classica di Così parlò Zarathustra e Metamorfosi di Richard Strauss e del Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 op. 11 in Mi minore di Fryderik Chopin. Così parlò Zarathustra è uno dei poemi sinfonici più noti di Richard Strauss: composto nel 1896 ma inciso per la prima volta solo nel 1935, è formato da nove sezioni suonate con solo tre pause definite e ciascuna delle sezioni ha come titolo alcuni dei titoli dei capitoli dell’omonima opera del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: la prima sezione, Introduzione, è molto celebre come introduzione al film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ma per complicati motivi di diritti di copyright nei titoli di coda del film gli interpreti non furono accreditati. Nel romanzo, Dvora cita invece la terza sezione, Del grande struggimento (che rappresenterebbe l’era dello Sturm und Drang e che contiene un riferimento liturgico al Magnificat) e l’ultima, Canto del sonnambulo (che rappresenterebbe la coda in cui il finale viene lasciato in sospeso). Le Metamorfosi, sempre di Richard Strauss, sono invece un’opera per ventitré archi scritta durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale (dall’agosto 1944 al marzo 1945) mentre il compositore si trova nel centro termale svizzero di Baden a causa delle sue cattive condizioni di salute. Il titolo Metamorfosi non si riferisce al trattamento musicale dei temi, perché nessuno di essi subisce una metamorfosi all’interno del brano (come ha detto lo stesso Strauss), ma le interpretazioni sul significato di questa composizione è ancora incerto: c’è chi la ritiene una dichiarazione di lutto per la distruzione della Germania durante la guerra (in particolare, un’elegia per il bombardamento di Monaco), c’è chi la ritiene un monumento musicale alla Cultura in generale, c’è chi la ritiene uno studio filosofico e goethiano sulla causa della guerra in generale (rintracciata nel ribaltamento del concetto classico di metamorfosi, perché la guerra conduce l’uomo non dal mondano al divino, ma dal divino al mondano, che è la bestialità), c’è chi lo ritiene un tributo all’Eroica di Beethoven a causa dei numerosi rimandi a questa composizione (sebbene vi siano tracce di punti in comune anche con la Sinfonia n. 41 in do maggiore K 551 di Mozart e la Sonata per violino solista in sol minore BWV 1001 di Bach). Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 op. 11 in Mi minore di Fryderik Chopin è un’opera giovanile del 1830 la cui prima esecuzione coincise con l’ultima esibizione pubblica del compositore prima di lasciare la Polonia. Dedicata al compositore e didatta Friedrich Wilhelm Michael Kalkbrenner, il pezzo ha da sempre vissuto una dicotomia tra il favore del pubblico e la scarsa stima della critica e risente dell’infatuazione del giovanissimo Chopin (all’epoca ventenne) per la cantante Konstancja Gladkowska. Strutturata in tre movimenti (un Allegro maestoso costruito su due temi che manifestino insieme lo zal, la malinconia polacca – ascoltabile al seguente link -, una Romanza: Larghetto impostata come una dolce meditazione del bel tempo primaverile al chiaro di luna, e un Rondò vivace testimone delle danze popolari polacche, in particolare della danza nazionale polacca chiamata Krakowiak), la composizione è un omaggio di Chopin alla sua patria e un regalo d’addio, non potendo immaginare che non vi avrebbe più fatto ritorno.

La tracklist

  1. Free Fallin’ – Tom Petty and the Heartbreakers 
  2. Karma Police – Radiohead 
  3. Out on the Weekend – Neil Young 
  4. From here to Eternity – Nick Cave
  5. Into my arms – Nick Cave
  6. I need you – Nick Cave
  7. Where is the Love? – The Black Eyed Peas
  8. Boom Boom Pow – The Black Eyed Peas
  9. I Gotta Feelin’ – The Black Eyed Peas
  10. Something  – The Beatles 
  11. Così parlò Zarathustra (op. 30), – Richard Strauss
  12. Metamorfosi (studio per 23 archi solisti, TrV 290, AV 142) – Richard Strauss
  13. Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 op. 11 in Mi minore – Fryderik Chopin

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