La dura ricostruzione del rapporto con il padre ne “I colpevoli” di Andrea Pomella

di Davide Morresi


Il tema de “I colpevoli”

“Cosa resta del legame tra un padre e un figlio dopo un rabbioso distacco durato trentasette anni?”

Un padre si innamora di una donna e abbandona moglie e figlio.
Il figlio per anni e anni non vuole saperne nulla. Trentasette anni, per la precisione. Finché i due si reincontrano e iniziano, tra imbarazzo e perdono, tra comprensione e rabbia, a ricucire quello strappo apparentemente insanabile. La musica, insieme alla letteratura, è un elemento fondamentale di questo percorso.

I colpevoli: un libro “con rabbia”

C’è tanta rabbia in questo romanzo.
C’è tanta fuga.
C’è la riconciliazione. Tra due uomini uniti dal legame di sangue più forte che possa esistere. E tra l’io bambino e l’io adulto del protagonista.
E poi c’è il perdono. Anche questo duale, nei confronti del padre e di sé stesso.
La rabbia resta, ma si associa a una spiegazione e assume una nuova connotazione. Quando qualcosa trova una sua logica, che sia condivisibile o meno, fa già meno male.

Editore: Einaudi

Riferimenti letterari ne “I Colpevoli”

Numerosi i riferimenti letterari, a volte analizzati e approfonditi in modo quasi saggistico.
Andrea Pomella si circonda di parallelismi tra la propria situazione e quella di personaggi e scrittori di epoche varie. La lettera al padre di Kafka e la lettera che Leopardi scrisse al padre mentre preparava la fuga da Recanati diventano motivo di riflessione interiore.
Sono tante le opere citate che contribuiscono alla formazione dello scrittore e alla sua interpretazione degli avvenimenti: alcune poesie di William Pitt Root, Puer aeternus di James Hillman, Il giardino di cemento di Ian McEwan, L’Odissea di Omero, Le confessioni di Sant’Agostino…

La soundtrack

Ascolta la colonna sonora su Spotify: I colpevoli – Andrea Pomella

Come le opere letterarie, anche quelle musicali ispirano le riflessioni interiori del protagonista. Il rapporto tra padre e figlio si (ri)costruisce anche attraverso le canzoni, che accompagnano la rielaborazione degli ultimi trentasette anni.

A sancire l’importanza della musica nel romanzo, che poi è l’importanza della musica nella vita, c’è una delle prime scene di riavvicinamento tra figlio e padre: è proprio attraverso una canzone che, dopo anni, iniziano i primi tentativi di dialogo tra i due.

– Ho ascoltato il cd che hai registrato, – ti dico. – La tua voce è un laser!
– Non credo che sia il tuo genere, a me piace la canzone melodica, – rispondi quasi a scusarti.
– Non ne faccio una questione di genere.
Annuisci imbarazzato.
– Ti va di sentire qualcosa di mio? – ti chiedo.
– Mi piacerebbe, sì.
– Due volte al mese suono con un gruppo di amici. Facciamo un massimo di tre serate l’anno. Grandi classici del rock e del rhythm and blues. L’anno scorso abbiamo inciso quattro pezzi.
Faccio andare il primo pezzo, una vecchia canzone degli Steppenwolf.
– Sei tu che canti? – mi fai.
– Sono io.
– Non t’avrei mai riconosciuto.

Più avanti, è di nuovo la musica ad aiutare la lenta e meticolosa opera di ricostruzione.

Mentre ci dirigiamo verso il capanno degli attrezzi mi dici: – Voglio mostrarti una cosa –. Apri la porta e tiri giù dallo scaffale uno dei miei più limpidi ricordi d’infanzia: il basso elettrico verde smeraldo che suonavi da ragazzo. Rimango ammutolito a contemplarlo. Da adolescente, quando ho iniziato a suonare anch’io (in segreto, perché mi vergognavo d’inseguire la stessa passione che ti aveva divorato), l’ho cercato per tutta la casa, nella speranza che fosse una delle poche cose che non avevi portato via con te.
– Ci sono ancora le corde originali, – dici.
– Di che anno è?
Fai un rapido calcolo: – Sessantatré… Sessantaquattro.
La cassa è a forma di violino, come il mitico Hofner di Paul McCartney. Il legno è incrinato in alcuni punti. Sulla paletta c’è scritto SOLO, scoprirò qualche giorno più tardi che si tratta di un marchio che veniva prodotto in una zona a cavallo tra Ancona e Macerata, come la maggior parte degli strumenti elettrici italiani degli anni Sessanta.

Tra gli altri, assume una particolare importanza il riferimento a Jeff Buckley e al suo difficile rapporto con il padre Tim, a cui viene dedicato un capitolo intero intitolato: Non ho mai chiesto di essere la vostra montagna. Il titolo è lo stesso di un brano di Tim Buckley del 1967, in cui il cantante dava voce alla propria colpa per aver abbandonato moglie e figlio. Brano che viene riproposto live dal figlio Jeff in un tributo a Tim nel 1991, in una sorta di rituale con cui congedarsi simbolicamente dalla figura del padre.

La tracklist

  1. Born to be wild – The Steppenwolf
  2. Jazz Suite No. 2: VI. Waltz 2 – Dmitrij Šostakovič
  3. Tumbling dice – The Rolling Stones
  4. Come together – The Beatles
  5. Buckets of rain – Bob Dylan (citata nel libro nella versione di Vic Chesnutt)
  6. Street Fighting Man – The Rolling Stones
  7. Whole lotta love – Led Zeppelin
  8. Hallelujah – Jeff Buckley
  9. Foxey Lady – Jimi Hendrix
  10. I never asked to be your mountain – Tim Buckley
    What will you say – Jeff Buckley
  11. The magic – Joan as a police woman
  12. Saint-Tropez twist – Peppino Di Capri
  13. Lei ti ama – Fausto Leali
  14. La mia voce – New Dada
  15. Twist and shout – The Beatles
  16. Concerto Beatles 65 a roma: peppino di capri, fausto leali, new dada,teist and shout
  17. Kind of blue – Miles Davis