Due vite – Emanuele Trevi: “Una autobiografia per interposta persona in cui la letteratura, l’amicizia, la vita, vengono intrecciate da una scrittura limpida e lucida” (Cristina Taglietti, Sette)

di Monia Mancinelli


Scrivere di una persona reale e scrivere di un personaggio immaginato alla fine dei conti è la stessa cosa: bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge utilizzando il poco che il linguaggio ci offre. Far divampare un fuoco psicologico da qualche fraschetta umida raccattata qua e là. […]  Dal punto di vista del linguaggio, sono solo due pupazzetti fatti di scampoli lisi  e fili di ferro, un ciuffetto di crine per i capelli, due bottoni spaiati per gli occhi. Se in qualche anfratto della mente fraterna e sconosciuta di un lettore riusciranno ancora a prendere un’effimera parvenza di vita, a sorridere o a rabbrividire per il freddo, rialzando il bavero del loro cappottino di stracci … questo è proprio ciò che definiamo lo spirito, ovvero la possibilità che la nostra esistenza, che trascorre tutta intera nella carne e nei suoi bisogni, possiede anche un’ombra, una quintessenza che la porti fuori da se stessa.

Nel romanzo Due vite, fresco vincitore del premio Strega 2021, Emanuele Trevi ci restituisce, attraverso parole, immagini ed eventi che appartengono ai suoi ricordi, le vite di due carissimi amici, Rocco Carbone e Pia Pera: entrambi scrittori, entrambi prematuramente scomparsi, entrambi legati da un profondo legame fra loro e con l’autore del libro. Lungo le pagine del libro Emanuele Trevi ci fa conoscere entrambi, evidenziandone le diversità, sia caratteriali sia stilistiche:

Era una di quelle persone destinate ad assomigliare, sempre di più con l’andare del tempo, al proprio nome. Fenomeno inspiegabile, ma non così raro. Rocco Carbone suona, in effetti, come una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, come i vecchi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli. […] In venticinque anni che l’ho frequentato, sui quarantasei della sua vita, mi sembra che sia rimasto sostanzialmente uguale, come se l’esperienza – questa spietata e sbadata matrigna – non avesse lasciato tracce visibili su di lui. 

Nel fondo dell’anima di Pia, anche nei momenti più difficili e disperati, resisteva sempre una vocazione inestirpabile ad accudire, proteggere – essere umani, animali, vegetali. […] Solo così […] quando fare il bene è una cosa che letteralmente ti scappa, mentre nemmeno ci pensi, la mano arriva al momento giusto e scongiura il peggio. Paragonato a questo istinto morale, il bene volontario produce sempre il suono di una moneta fasulla. Non voglio assolutamente suggerire che Pia fosse una santa. Quando per lei è arrivato il momento, ha rivelato enormi riserve di saggezza e forza d’animo, combattendo bene la sua battaglia, ma nemmeno questo ha a che fare con la santità. Era semmai una persona intensa, dotata di un’anima prensile e sensibile, incline all’illusione, facile a risentirsi.

Rocco […] aveva bisogno di muoversi verso l’essenza, il nitore, la concentrazione, la coincidenza più stretta possibile del nome e della cosa. Del senso esatto delle parole mondate di tutta la loro possibile ambiguità, e dei vincoli morali di questa esattezza, nutriva un bisogno che definirei disperato (“cosa intendi?”, “perché dici così?”, “perché ridi?”). Chi lo conosceva, sapeva che in ballo c’era qualcosa di più profondo, necessario e vincolante di un certo gusto artistico o letterario.

La Pia che molti ricordano, anche grazie a certi suoi bellissimi libri, la Pia matura e poi malata, mise in atto dei tali processi di semplificazione e di pulizia interiore, che si sarebbe quasi tentati di dire che le difficoltà della vita rendano le persone migliori e più forti. […] [Nei suoi primi tentativi letterari, invece,] Pia, semmai, incarnava alla perfezione […] un atteggiamento filosofico,, ovvero un modo di intendere la vita, che si potrebbe esattamente definire libertino. 

Le diversità non hanno comunque ostacolato la possibilità per Rocco e Pia di trovarsi e di intrecciare insieme a Emanuele Trevi un’amicizia che incarna in pienezza il contenuto di tale parola: affetto reciproco, costante e operoso, anche quando la ruvidezza dei caratteri e le occasioni della vita possono condurre a necessarie prese momentanee di distanza, che si sono fatte definitive dopo la scomparsa dei due scrittori, ma che non ha impedito a Emanuele Trevi di continuare a tessere il filo di questa amicizia attraverso la coltivazioni dei ricordi e la stesura di questo libro

perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è quella fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene.  E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla […] Di una cosa sono sicuro: mentre scrivo e fintanto che me ne sto seduto a scrivere, Pia è qui, la sua presenza è ingombrante come quella del tavolo, o della lampada. […] Ne deduco che la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole di lui, e si manifesta di sua propria volontà.

Editore: Neri Pozza

La musica in “Due vite”

Ascolta la playlist su Spotify: Due vite – Emanuele Trevi 
(alcuni brani non presenti su Spotify sono linkati di seguito lungo il testo dell’articolo)

La musica  nel romanzo è legata ad alcuni ricordi personali di Emanuele Trevi circa i due amici: da un lato Rocco, che ha tra le sua collezioni di libri La voce del padrone di Franco Battiato e che partecipa a un concerto dei Tuxedomoon, dall’altra Pia, che è legata alla musica classica (nel libro si ricordano le sonate per pianoforte di Chopin e le sonate per pianoforte e violoncello di Beethoven) e partecipa con i suoi testi alla creazione dell’opera rock di Gianna Nannini Pia come la canto io

Nell’anno che ricorda il quarantesimo anniversario dell’uscita del disco e ha visto la scomparsa del suo autore, La voce del padrone è considerato una delle pubblicazioni più importanti della musica italiana e  uno dei migliori album di Franco Battiato. L’album prende il nome dall’omonima casa discografica emanazione della britannica His Master’s Voice, attiva a Milano dal 1931 al 1967 , a un omonimo romanzo di Stanisław Lem e al concetto di “padrone” della filosofia gurdjeffiana, in cui rappresenta la coscienza e la volontà dell’individuo. La voce del padrone è caratterizzato da sonorità eleganti e raffinate con riferimenti al punk rock e alla new wave ed è di più “facile” ascolto rispetto ai due album precedenti di Battiato L’era del cinghiale bianco  e Patriots ed è anche più organico. Una particolarità dell’album è la presenza di numerosi strumenti molto differenti fra loro (vibrafono, organo Hammond, sezioni di archi, sintetizzatore e sequencer), qui utilizzati in modo “orchestrale”. Tra i brani più celebri dell’album, Centro di gravità permanente, Bandiera Bianca e Cuccurucucù

I Tuxedomoon sono un gruppo sono un gruppo musicale sperimentale e multimediale statunitense di matrice post punk/new wave fondato nel 1977, nella sua formazione originaria, dai polistrumentisti Blaine L. Reininger e Steven Brown, all’epoca studenti di musica elettronica al San Francisco City College. Fino al 1981 sono attivi negli USA realizzando un EP, No Tears, nel 1978 e due album, Half-Mute nel 1980 e Desire nel 1981, poi si trasferiscono in Europa, considerando la scena della new wave europea più consona alla propria arte. Qui i Tuxemoon nel 1982 pubblicano la colonna sonora per il balletto di Maurice Béjart Divine, dedicato a Greta garbo, e i tre EP  Suite en Sous-Sol, Time to Lose e Short Stories, ma raggiungono il successo solo nel 1985 con l’album Holy Wars (contenente Some Guys, In a Manner of Speaking, Bonjour Tristesse e l’omonima Holy Wars), a cui seguono nel 1986 Ship of Fools e nel 1987 You. dopo questa data inizia un lungo periodo di pausa, terminato effettivamente solo nel 2004, quando la band torna con l’album Cabin in the Sky, cui segue un altro album nel 2006 dal titolo Bardo Hotel Soundtrack e un tour per il trentennale nel 2007.

Fryderik Chopin ha scritto solamente tre sonate per pianoforte nella sua vita: la sonata n. 1 op. 4 in Do minore nel 1828 (assente su Spotify ma ascoltabile a questo link), la sonata n. 2 op. 35 in Sib maggiore tra il 1837 e il 1839 e la sonata n. 3 op. 58 in Si minore nel 1844. Nel periodo barocco, il termine “sonata” indica sia la sonata da chiesa sia la sonata da camera, caratterizzata da tre o quattro movimenti e composta per più strumenti (generalmente archi con basso continuo, ma anche per tastiera – che all’epoca era il clavicembalo -); nel periodo classico, quando il clavicembalo è sostituito dal pianoforte, la sonata sale alla ribalta e si afferma tra le principali forme di composizione musicale; nel periodo romantico le sonate per pianoforte continuarono ad essere composte, ma in numero minore; la forma assunse sfumature accademiche e in linea con i generi più brevi e compatibili con lo stile compositivo romantico.

Sempre nel periodo classico inizia a prendere piede la sonata per pianoforte e violoncello come genere specifico della musica da camera, prima inesistente per via del fatto che il rapporto armonico e timbrico tra i due strumenti creava problemi compositivi  di difficile soluzione. Il primo a sperimentare questa forma è Ludwig van Beethoven, convinto di poter creare opere con più libertà stilistica, anche se la sua produzione è limitata a cinque sonate per pianoforte e violoncello (non presenti su Spotify): le due sonate op. 5, la n. 1 in Fa maggiore (ascoltabile a questo link) e la n. 2 in Sol minore (ascoltabile a questo link), nel 1796, la sonata op. 69 in La maggiore (ascoltabile a questo link) nel 1808 e le due sonate op. 102, la n. 1 in Do maggiore  (ascoltabile a questo link)e la n. 2 in Re maggiore (ascoltabile a questo link), tra il 1815 e 1819. 

L’opera rock di Gianna Nannini Pia come la canto io (assente su Spotify ma ascoltabile per intero al seguente link) è un disco del 2007 che diventa una vera e propria opera nel 2008. Presentato al Festival di Sanremo nel 2007, la cantautrice senese collabora con Pia Pera per realizzare un’idea nata dieci anni prima e dedicata a una sua concittadina, Pia de’ Tolomei, che appare in un celeberrimo passo del canto V del Purgatorio di Dante; Gianna Nannini coglie l’occasione di questa figura di nobildonna assassinata dal marito forse per la scoperta di un’infedeltà o forse per liberarsi di lei desiderando un nuovo matrimonio  e la celebra come simbolo di una femminilità che è costretta a subire prevaricazioni e violenze invece di essere lasciata libera di esprimere se stessa come persona: 

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via”,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
“Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma”.

La tracklist

  1. Centro di gravità permanente – Franco Battiato
  2. Bandiera bianca – Franco Battiato
  3. Cuccurucucù – Franco Battiato
  4. Some Guys – Tuxedomoon
  5. In a Manner of Speaking – Tuxedomoon
  6. Bonjour Tristesse – Tuxedomoon
  7. Holy Wars – Tuxedomoon
  8. Sonata n. 2 op. 35 in Sib maggiore – Fryderik Chopin
  9. Sonata n. 3 op. 58 in Si minore – Fryderik Chopin