Ambientazioni surreali e problemi reali in La donna che scompare di Ling Ma

di Stefano Ficagna


La casa nella quale abitiamo ha tre ali. Quella a ovest è dove abitiamo io e il Marito. Quella a est è dove abitano i bambini e le loro ragazze alla pari del momento. E infine l’ala più grande ma più brutta, che si estende sul retro della casa come un braccio rotto e nodoso, è quella in cui abitano i miei 100 ex. Abitiamo a Los Angeles.

Los Angeles

Così inizia il primo racconto di La donna che scompare, raccolta di Ling Ma pubblicata in Italia da Codice Edizioni, casa editrice che dell’autrice aveva già pubblicato il romanzo d’esordio Febbre. Un incipit fulminante che evidenzia già l’amore della scrittrice per ambientazioni che sfiorano e a volte entrano completamente nei territori del fantastico, ma che sottilmente introduce anche un altro dei temi principali trattati negli otto racconti qui riuniti: i rapporti di potere fra uomini e donne.

La playlist de La donna che scompare

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La musica nel libro di Ma si insinua in molte situazioni, dal disco di Janet Jackson messo in sottofondo durante L’atto sessuale con uno yeti a Tiny dancer di Elton John suonata da un piano a mezza coda meccanico nell’atrio di un palazzo cinese. Il sound è principalmente quello degli anni 90 e dei primi anni 2000, da Tori Amos ai Vampire Weekend, con inclusioni meno note al pubblico nostrano come la Liz Phair di Exile in Guyville, disco che già trent’anni fa affrontava parzialmente il problema di un certo tipo di mascolinità tossica.

Storie di (stra)ordinario sradicamento

È un futuro molto prossimo quello in cui sono ambientate le storie di Ma, uno dove è plausibile che sotto mentite spoglie si aggirino gli yeti (L’atto sessuale con uno yeti), dove una droga permette di diventare invisibili (G) o dove gli Stati Uniti hanno completamente perso il loro controverso ruolo di nazione guida (Domani). Gli elementi fantastici sono però quasi sempre funzionali a discorsi attuali, legati all’esperienza di cosa vuol dire essere donna ed essere di un’etnia diversa da quella principale (l’autrice è nata in Cina e cresciuta negli Stati Uniti) in una società che rende queste caratteristiche un fardello: le protagoniste dei racconti di La donna che scompare possono essere più o meno realizzate, ma le situazioni in cui si ritrovano fanno spesso scattare piccoli o grandi allarmi, alimentando una tensione che resta quasi sempre sotto traccia e dona alle sue storie una efficace vena d’inquietudine.

Fu nel bagno della stanza d’albergo che, mentre si spogliava, fece una scoperta inquietante. Togliendosi la tunica di lino che usava come copricostume, notò qualcosa che le usciva dalle gambe. Si tolse il costume e si guardò il corpo allo specchio.
«Oddio.»
Era un’appendice di carne rossastra. Le usciva dalla vagina. La toccò. Sembrò che si ritraesse dalle sue dita, anche se non schizzò di nuovo dentro per intero. Era, in breve, un braccio. Non più grande di un’evidenziatore. La pelle era rosa. No, la pelle era traslucida, e la carne al di sotto rosa, marezzata di venuzze fragili che sembrava potessero trasformarsi in lividi se anche solo lei avesse starnutito. C’erano delle… dita, un po’ palmate. Era il braccio di un neonato.

Domani

A fianco dell’elemento fantastico e di quello sociale se ne affianca uno più prettamente stilistico, volto ad una prosa asciutta che cerca di spiegare il meno possibile. Nei suoi racconti Ma inserisce tutti gli elementi del quadro senza (quasi) mai dare giudizi definitivi, lasciando che sia il lettore a ragionare su quanto è successo, e anche quando è facile capire dove stanno la ragione e il torto l’autrice è abile nel problematizzare la questione, creando personaggi che non sono solo funzioni narrative. Il gioco riesce particolarmente bene in Arance, l’unico racconto dove fa a meno dell’elemento fantastico: nella vicenda vengono approfonditi ed elaborati molti dei punti che costituiscono una relazione tossica, eppure il maschio abusante non viene mai dipinto solo come un mostro, rendendolo molto più reale la sua figura e la vicenda in generale. La tendenza a non accompagnarti per mano viene amplificata da alcuni finali semitronchi, in cui l* protagonist* restano in sospeso proprio quando ti aspetti una risoluzione più canonica, ma è un difetto di poco conto mitigato da vicende le cui svolte riescono a mantenere alta l’attenzione e la partecipazione emotiva.

Solo quando fui alle scuole superiori mia madre espresse un vero interesse per me, consigliandomi su come vestirmi, su quale trucco usare, cosa mangiare. Mi resi conto che mi stava modellando sul suo stampo, che mio fratello definiva “finto naturale”. Mi infilava i capelli dietro le orecchie e mi metteva in guarda che, se fossi ingrassata, si sarebbe accumulato prima di tutto in faccia. «Hai ereditato i miei zigomi. Non li perdere.» Il suo sguardo da lanciafiamme annientava qualsiasi slogan da rivista femminile sull’amore per se stesse, tutte le puntate di Oprah sulla body positivity: era in grado di annullare tutte le ondate di femminismo. Mio fratello uscì indenne da quel periodo giocando alla Playstation nel seminterrato, mangiando Bugles e strisce di calamaro secco. «Fingi finché la finzione non diventa realtà» era il motto che si era scelto nell’annuario della scuola l’ultimo anno. Che cretino. Non sapeva nemmeno di essere libero.

G

Pur non essendoci evidenti elementi di autofiction, la biografia dell’autrice entra spesso nella narrazione. Quasi tutte le protagoniste sono cinesi e hanno problemi nel gestire la cultura di provenienza e quella di adozione, con il caso limite della protagonista di Tornare che di lavoro fa la scrittrice. Fra le proprie angosce e quelle che vede riflesse nel mondo attorno a sé Ma riesce comunque a trovare un buon equilibrio, e se anche un maschio bianco farà fatica a ritrovarsi nei panni delle protagoniste di La donna che scompare ne avrà meno a farsi coinvolgere nelle vicende, che parlano con una prosa semplice e non banale di problemi che riguardano tutt* noi.


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