A caccia di conigli con Mario Levrero

di Alessio Barettini


Un gioco letterario

Iniziare a leggere A caccia di conigli dello scrittore uruguaiano Mario Levrero fa pensare di essere davanti a una storia grottesca che potrebbe andare a parare chissà dove. Il libro contiene 99 brevi capitoli più un prologo e un epilogo, alcuni brevissimi, altri lunghi fino a oltre tre pagine, nel formato tipico della collana glossa di Piédimosca edizioni. Nel prologo si annuncia che un certo “idiota” ha organizzato una spedizione per una caccia ai conigli, a cui partecipano in tanti, di cui alcuni armati come se stessero partire per una guerriglia nei boschi. Chi è l’idiota? Un residuo dostoevskijano? Un individuo qualunque? Qualcuno odiato dal narratore? O tutte queste cose? Una breve introduzione, che si conclude con la frase “nessuno pensava di ubbidire agli ordini”, lascia presagire esiti insoliti a questa avventura. Tuttavia proseguire nella lettura mostrerà che i nostri sospetti non saranno confermati: le prosecuzioni risulteranno decisamente ancora più insolite e stranianti di quello che ci possiamo aspettare, collocando l’opera di Levrero dentro un filone di realismo fantastico, dove ad apparire centrale è la fantasia dell’autore, la cui caccia ai conigli viene raccontata in ogni modo possibile, fra mille diversi dettagli, fra diversi punti di vista, in modo metaletterario, raccontando dei destini dei diversi personaggi coinvolti, finendo per rappresentare un gioco combinatorio a metà fra un romanzo dell’OuLiPo (può ricordare Esercizi di stile, per esempio) e Cortázar.

Un gioco allegorico

Si tratta sopratutto di un gioco di dissimulazione, dato che a rincorrersi in questa caccia ricorrente, che accade sempre, fino al punto da diventare la sola ragione di vita dei cacciatori, non ci sono solamente cacciatori e conigli, ma orsi, guardaboschi, e, meno spesso, ubriaconi, funzionari del castello dove avviene la caccia ai conigli dopo che i boschi non bastano più. Tutte queste categorie si mescolano, si scambiano di posto, si travestono, come se la caccia ai conigli sia un pretesto allegorico per raccontare i rapporti di forza e le ipotesi dei rapporti di forza, in modo che persino la voce del narratore, uno dei protagonisti della caccia, finisce per essere inaffidabile, perno incostante che oscilla fra l’osservazione silenziosa e la caccia come necessità esistenziale. Tutto avviene in uno stile rapido, essenziale, con inserti, elenchi, estrema attenzione ai dettagli, ai particolari, in un linguaggio che trascende la narrazione pura per farsi altro, ora burocratico, ora confidenziale, ora disperato, in modo che a ogni capitolo ci si possa aspettare tutt’altro dal successivo.

Il serio gioco della scrittura

E quindi, cosa sono i conigli? Semplici animali, si potrebbe dire, seppure la caccia rappresenti un fatto epocale ed esistenzialmente necessario e li faccia sembrare, almeno agli occhi di alcuni, esseri sovrannaturali. Quando il lettore si trova davanti a conigli che cacciano i cacciatori però, è legittimato a pensare tutto. Non soltanto il coniglio, dunque, è al centro dell’opera, quanto la caccia stessa, nella piena tradizione letteraria che fa della caccia una metafora assoluta. Come in Hemingway o in Melville. Moby Dick compare infatti nelle epigrafi, insieme, per l’appunto, a Lewis Carroll e allo stesso Cortázar, mostri sacri del gioco in letteratura, del gusto per l’invenzione fine a se stessa. La prima epigrafe è affidata a José Pedro Diaz, uno fra i maggiori scrittori uruguaiani del Novecento, dove si legge che per potersi proclamare cacciatori, bisogna inventare delle lepri. Si palesa perciò un desiderio di invenzione che si fa necessità e strumento letterario di grande tecnicismo e sapienza, che trova il senso dopo l’invenzione stessa, in funzione cioè dell’atto della scrittura.

Nella postfazione scopriamo che Levrero rifiutò le definizioni di genere che assegnarono A caccia di conigli a una letteratura fantastica e persino fantascientifica, preferendo la definizione di realismo interiore, definizione che a ben guardare potrebbe essere applicata più spesso e con successo, perché sintetizza bene il rapporto dentro-fuori che la parola veicola, in un movimento scherzoso che ci porta anche alla musica.

La musica dei conigli

Leggiamo infatti, nel capitolo 38, che il brano preferito dei conigli è La trota di Schubert, perché in essa possono identificarsi nei salti scherzosi della composizione. Ancora Schubert compare, alcuni capitoli più oltre, con La morte e la fanciulla, perché, ci spiega, Levrero, i conigli si identificano con il senso agonico che emerge dalla composizione. Ci sono poi i Beatles di Strawberry Fields forever, il cui verso Nothing is real è posto significativamente a epigrafe di un altro racconto di Levrero.
Abbiamo aggiunto noi qualche brano che è venuto in mente durante la lettura di questo piccolo gioiello: Il Concerto per violino e orchestra di Philip Glass, per la sua idea ricorsiva e minimalista che è parte della natura stesso del testo di Levrero e, neanche a dirlo, Rabbit in your Headlights, classico degli Unkle, e White Rabbit di Jefferson Airplane.


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